Lettera di Alfredo Cospito e aggiornamento sull’ultimo trasferimento all’Ospedale San Paolo il 6 marzo

Lettera di Alfredo Cospito e aggiornamento sull’ultimo trasferimento all’Ospedale San Paolo il 6 marzo

Lunedì 6 marzo (138esimo giorno di sciopero della fame) Alfredo Cospito è stato nuovamente trasferito dal carcere di Opera all’Ospedale San Paolo. Ricordiamo che il compagno è stato recluso nel Servizio di Assistenza Intensificata (SAI) interno al carcere di Opera dal 30 gennaio, l’11 febbraio trasferito una prima volta nell’Ospedale San Paolo, per poi essere nuovamente trasferito ad Opera il 27 dello stesso mese (a seguito dell’udienza del 24 in corte di cassazione), rimanendovi per una settimana, fino a quest’ultimo trasferimento al San Paolo il 6 marzo.

A seguito dell’esito dell’udienza del 24 febbraio alla corte di cassazione (che ha rigettato l’istanza di revoca della detenzione in 41 bis, ratificando ulteriormente quando già deciso dal tribunale di sorveglianza di Roma con l’udienza del 1° dicembre), Alfredo ha cessato di assumere i blandi integratori di cui da qualche tempo aveva ripreso l’assunzione.

Sempre negli stessi giorni dell’ultimo trasferimento, il 6 marzo, è stato reso noto il parere richiesto dal ministero della giustizia al Comitato Nazionale di Bioetica sull’eventuale intervento medico nei confronti di Alfredo, cioè sull’alimentazione forzata in caso di perdita di conoscenza. Il CNB sottolinea di non avere «alcuna legittimità giuridica, politica, morale ed etica per formulare un parere “ad personam” (e «di conseguenza, la risposta del CNB ha un carattere generale»), senza nemmeno emettere un parere univoco, dividendosi quindi tra i “pro-vita” e i “pro-scelta” (secondo questi ultimi la Disposizione Anticipata di Trattamento andrebbe rispettata in ogni caso).

Il 1° marzo, durante una conferenza stampa, l’avvocato di Alfredo ha divulgato una lettera-dichiarazione del compagno fino ad oggi mai resa nota, risalente plausibilmente ad almeno un mese prima. Ne pubblichiamo qui la trascrizione integrale. Ricordiamo che ad oggi, a causa della sistematica censura propria del 41 bis, non è stato ancora possibile leggere la prima dichiarazione del compagno riguardante l’inizio dello sciopero della fame, risalente al 20 ottobre. L’unica dichiarazione fino ad oggi pubblicata, oltre a questa lettera divulgata il 1° marzo, è stata quella per l’udienza del 5 dicembre a Torino nell’ambito del processo Scripta Manent.

La scelta dello Stato di annientare il compagno pone l’esigenza di non riporre, una volta ancora di più, alcuna speranza negli esiti dei tribunali o nei pareri delle varie strutture deputate ad esprimersi sulle contraddizioni che si sono aperte negli organismi statali a seguito dello sciopero della fame e con lo sviluppo del movimento di solidarietà internazionale. Si tratta, in particolar modo per quanto riguarda i tribunali dello Stato italiano, di strutture e figure direttamente responsabili delle gravissime condizioni in cui si trova Alfredo Cospito. Lo Stato, prima con il trasferimento del compagno in 41 bis il 5 maggio e in seguito con la sentenza di cassazione del processo Scripta Manent il 6 luglio, ha inteso dare un monito al movimento anarchico e rivoluzionario. Un monito che dopo gli esiti delle udienze del tribunale di sorveglianza di Roma il 1° dicembre e della corte di cassazione il 24 febbraio si è espresso ancora più chiaramente, configurandosi in una volontà di annientamento totale nei confronti del compagno.

Al tentativo di annientamento nei confronti di Alfredo e alla costante campagna mass-mediatica di calunnie contro il movimento anarchico rispondiamo con la chiarezza delle nostre idee e la tenacia delle nostre pratiche.


Lettera di Alfredo Cospito

La mia lotta contro il 41 bis è una lotta individuale da anarchico, non faccio e non ricevo ricatti. Semplicemente non posso vivere in un regime disumano come quello del 41 bis, dove non posso leggere liberamente quello che voglio, libri, giornali, periodici anarchici, riviste d’arte, scientifiche e di letteratura e storia.

L’unica possibilità che ho di uscire è quella di rinnegare la mia anarchia e vendermi qualcuno da mettere al posto mio. Un regime dove non posso avere alcun contatto umano, dove non posso più vedere o accarezzare un filo d’erba o abbracciare una persona cara. Un regime dove lo foto dei tuoi genitori vengono sequestrate. Seppellito vivo in una tomba, in un luogo di morte. Porterò avanti la mia lotta fino alle estreme conseguenze, non per un “ricatto”, ma perché questa non è vita. Se l’obiettivo dello Stato italiano è quello di farmi “dissociare” dalle azioni degli anarchici fuori, sappia che io ricatti non ne subisco. Da buon anarchico credo che ognuno è responsabile delle proprie azioni, e da appartenente alla corrente antiorganizzatrice non mi sono mai “associato” ad alcuno e quindi non posso “dissociarmi” da alcuno. L’affinità è un’altra cosa.

Un anarchico coerente non prende le distanze da altri anarchici per opportunismo o convenienza. Ho sempre rivendicato con orgoglio le mie azioni (anche nei tribunali, per questo mi ritrovo qui) e mai criticato quelle degli altri compagni, tanto meno quindi in una situazione come quella in cui mi trovo.

Il più grande insulto per un anarchico è quello di essere accusato di dare o ricevere ordini.

Quando ero al regime di alta sorveglianza avevo comunque la censura, e non ho mai spedito “pizzini”, ma articoli per giornali e riviste anarchiche. E soprattutto ero libero di ricevere libri e riviste e scrivere libri, leggere quello che volevo, insomma mi era permesso di evolvere, vivere.

Oggi sono pronto a morire per far conoscere al mondo cosa è veramente il 41 bis, 750 persone lo subiscono senza fiatare, mostrificati di continuo dai mass-media.

Ora tocca a me, mi avete prima mostrificato come il terrorista sanguinario, poi mi avete santificato come l’anarchico martire che si sacrifica per gli altri, adesso mostrificato di nuovo come capo della terribile “spectra”. Quando tutto sarà finito, non ho dubbi, portato sugli altari del martirio. Grazie, no, non ci sto, ai vostri sporchi giochetti politici non mi presto.

In realtà il vero problema dello Stato italiano è quello che non si venga a sapere tutti i diritti umani che vengono violati in questo regime, il 41 bis, in nome di una “sicurezza” per la quale sacrificare tutto. Be’! Ci dovevate pensare prima di mettere un anarchico qui dentro, non so le reali motivazioni o le manovre politiche che ci sono dietro. Il perché qualcuno mi abbia usato come “polpetta avvelenata” in questo regime. Era abbastanza difficile non prevedere quali sarebbero state le mie reazioni davanti a questa “non vita”. Uno Stato, quello italiano, degno rappresentante di un’ipocrisia di un Occidente che dà continue lezioni di “moralità” al resto del mondo. Il 41 bis ha dato lezioni repressive ben accolte da Stati “democratici” come quello turco (i compagni curdi ne sanno qualcosa) e quello polacco.

Sono convinto che la mia morte porrà un intoppo a questo regime e che i 750 che lo subiscono da decenni possano vivere una vita degna di essere vissuta, qualunque cosa abbiano fatto.

Amo la vita, sono un uomo felice, non vorrei scambiare la mia vita con quella di un altro. E proprio perché la amo, non posso accettare questa non vita senza speranza.

Grazie compagni/e del vostro amore.
Sempre per l’anarchia.
Mai piegato.

Alfredo Cospito

[Pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2023/03/13/lettera-di-alfredo-cospito-e-aggiornamento-sullultimo-trasferimento-allospedale-san-paolo-il-6-marzo/]