Ci resta quindi il sabotaggio

Nella notte del 7 aprile, Chamel Abdulkarim, dipendente di un’azienda di logistica, ha incendiato un magazzino della multinazionale Kimberly-Clark Corporation a Ontario, in California, causando il crollo e la completa distruzione dello stabilimento di 110.000 metri quadrati. I danni ammontano a oltre 600 milioni di dollari, tra prodotti e struttura.
Chamel è stato arrestato poco dopo e si trova attualmente imprigionato presso il West Valley Detention Center senza possibilità di cauzione. Nel video girato da lui stesso mentre appicca il fuoco, scandisce le parole «Non ci pagate abbastanza per vivere… ecco che se ne va il vostro magazzino».

Ci resta quindi il sabotaggio

«Non ci pagano abbastanza per vivere, per fortuna un accendino costa poco.» È quanto ci racconta un dipendente di una fabbrica di carta igienica in California, che si riprende mentre dà fuoco a enormi rotoli di quella stessa carta igienica. Poche ore dopo, l’intero stabilimento di 100.000 m² è andato completamente distrutto dalle fiamme.

Il valore simbolico e la concreta efficacia di questo gesto sono immensi. Chi non ha mai sognato di dare fuoco al proprio posto di lavoro, di gettare il padrone fuori dalla finestra o, più semplicemente, di mandare a farsi fottere chi ci sfrutta fino all’osso? Il lavoro salariato è oggi più violento che mai, perché tutte le strutture di protezione che la socialdemocrazia gli aveva attribuito sono fatalmente crollate. Ci si batte per essere sfruttati in modo misero, senza alcun orgoglio, ma solo per paura della miseria.

In realtà, solo chi ne trae vantaggio continua a crederci: i grandi o piccoli imprenditori, i vecchi dirigenti corrotti, i padroni e i capisquadra. Si intravede una sorta di schema. Probabilmente quello dell’oppressione di classe, ma nelle rivolte della Generazione Z in tutto il mondo, negli ultimi mesi, si può anche vedere la frattura generazionale di un mondo in cui la promessa di un lavoro e di una vita agiata non funziona più. Oggi, quando si è giovani, si patisce sia che si abbia un lavoro sia che non lo si abbia.

La vendetta si intravede anche nel gesto del nostro eroe dei tempi moderni. La vendetta, condannata dalla morale borghese e dalla giustizia classista, si manifesta qui come risposta allo sfruttamento e alla precarietà e sconvolge ciò che alcuni definirebbero “lo spettacolo”. Questo gesto ci ricorda la nostra capacità di agire e di sconvolgere l’ordine costituito.
Ci insegnano fin da bambini che vendicarsi è sbagliato, ma vendicarsi di una profonda ingiustizia, di un’oppressione (sistemica o meno), è un’arma potente che non dobbiamo mai dimenticare.

Oggi gli scioperi a singhiozzo dei vecchi sindacati sono solo un passatempo per i padroni e i governanti. Le manifestazioni-passeggiata, concordate mano nella mano con la prefettura, non sono altro che controrivoluzione e non ingannano quasi più nessuno. Il sabotaggio collettivo o individuale e l’azione diretta si impongono quindi come le uniche opzioni per distruggere ciò che ci sta distruggendo. Siamo trattenuti solo dall’illusione del comfort offerto dallo sfruttamento, che mese dopo mese si dimostra sempre più insufficiente.

Se la persona che ci ha offerto il quadro della distruzione del proprio posto di lavoro ci dona qualcosa, non dobbiamo dimenticare che gliela dovranno far pagare e che noi gli daremo tutto il nostro sostegno: si è fatto rinchiudere per liberare qualcosa dentro di noi. La sua rabbia e il suo disgusto ci parlano, perché sono ciò che proviamo anche noi ogni giorno nei nostri luoghi di lavoro. Viva il sabotaggio!

Jean Burnout

[Pubblicato in francese in https://lagrappe.info/?Alors-il-nous-reste-le-sabotage-1995 | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/04/14/ci-resta-quindi-il-sabotaggio/]