Sí, il Reichstag brucia!
L’atto individuale di Marinus Van der Lubbe
– 27 febbraio1933 –

Come sappiamo, la storia non è una raccolta oggettiva di fatti e personaggi, ma è quasi sempre scritta con l’intenzione deliberata di servire gli interessi del potere. La notte del 27 febbraio 1933, un incendio doloso ridusse in cenere la sala delle riunioni del Reichstag, sede del Parlamento tedesco a Berlino, compresa la sua famosa cupola di vetro e acciaio. Il 19 aprile 1999, il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder inaugurò con grande fasto la ristrutturazione del Reichstag, che tornò a essere la sede del governo e dei deputati. La cupola è stata ovviamente interamente ricostruita, modificandone la forma iniziale a elmo a punta, esplosa sotto il calore del 1933, affinché la sua trasparenza simboleggiasse l’«apertura della democrazia tedesca» post-riunificazione. Mentre conduceva la sua prima offensiva militare all’estero dal 1945, quella in Kosovo, lo Stato investiva due miliardi di franchi in un edificio che rispecchiasse la sua immagine, cercando al contempo di cancellare il gesto fin troppo lucido compiuto 65 anni prima da un giovane rivoluzionario internazionalista. Diciamolo senza indugio: non si trattò né di un «povero di spirito» (secondo la versione comune) né di un «agente dei nazisti» (secondo la riscrittura stalinista sopravvissuta fino a oggi), ma di un atto individuale, compiuto dal comunista consiliarista Marinus van der Lubbe, che appiccò il fuoco al Palazzo della democrazia dell’epoca. Allora, perché tante menzogne su quest’uomo? Forse perché «non deve emergere dal gregge colui che, con il suo destino, segna la distanza che separa il servo dall’uomo libero e mostra tutta la bassezza e l’ignominia delle folle in ginocchio davanti ai despoti», come sottolineò allora un anarchico solidale.
Ma torniamo prima un attimo alla breve vita di colui che sarà decapitato all’alba dei suoi 25 anni. Nato nel 1909 a Leida, nei Paesi Bassi, Marinus Van der Lubbe era un apprendista muratore quando, nel 1923, all’età di 14 anni, frequentava dei corsi serali. In quel periodo aderì a un’organizzazione giovanile del Partito Comunista Olandese, De Zaaier (Il Seminatore). L’anno successivo, mentre lavorava in un cantiere, dei residui di calce viva gli entrarono negli occhi, causandogli problemi di cecità. Nel 1927 subì un secondo incidente sul lavoro all’occhio destro e da allora ricevette una pensione di invalidità settimanale di 7 fiorini e mezzo, continuando a svolgere piccoli lavori per sopravvivere: cameriere, corriere, marinaio, venditore di patate e manovale. Era già schedato come agitatore a seguito dei suoi interventi durante le riunioni pubbliche a nome della Lega della Gioventù Comunista. Nel 1928, dopo un viaggio a piedi e in autostop attraverso il Belgio, la Germania e la Francia, affittò un locale a Leida e lo trasformò in una sala riunioni. Bollettini, volantini, interventi negli scioperi, discussioni pubbliche e manifestazioni di disoccupati si susseguirono.
Poi, gradualmente, si allontanò dal Partito Comunista, asservito a Mosca, e si dimise più volte, avvicinandosi alle idee consiliariste che, in particolare, criticavano il parlamentarismo e i sindacati, a favore dell’azione diretta e autonoma di classe (sotto la forma dell’auto-organizzazione dell’epoca: i consigli operai, come quelli formatisi in Russia nel 1905 e poi nel 1917, in Germania nel 1918-1919 e in Ungheria nel 1919). In conflitto con il partito perché aveva pubblicato dei volantini a proprio nome, Marinus espose la sua posizione in una lettera alla Lega della Gioventù nel dicembre del 1929: «Queste cose dimostrano che non sono un buon bolscevico. Sento che in questo momento non lo sono (anche se sono radicalmente contrario al capitalismo e a tutto ciò che vi è legato) e che forse non lo sarò mai. Ora mi sento a volte del tutto estraneo a questo ambiente (intendo il Partito)».
Il vagabondo senza patria

Nell’aprile del 1931 Marinus progettò di recarsi in Unione Sovietica, che desiderava vedere con i propri occhi. Per finanziare il viaggio, Marinus editò autonomamente delle cartoline che intendeva vendere lungo il percorso. In una di queste foto, Marinus posava con un compagno, pugno alzato, e la foto era accompagnata da una didascalia in esperanto, olandese, francese e tedesco: «Viaggio operaio di sport e studio attraverso l’Europa e la Russia sovietica». Il Partito rifiutò di sostenere il progetto e il suo compagno, sotto pressione, fu costretto a rinunciare. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: Marinus restituì definitivamente la tessera di membro. Nonostante ciò, per nulla scoraggiato, partì da solo per Berlino, ma quando il consolato russo gli comunicò il prezzo del visto, una somma che non avrebbe mai potuto permettersi, il suo sogno si affievolì ulteriormente. Aveva semplicemente dimenticato che l’accesso alla «patria dei lavoratori» era un privilegio riservato ai borghesi in difficoltà o ai burocrati obbedienti, non una questione di internazionalismo. Al ritorno, fu arrestato al confine tra la Germania e l’Olanda e trascorse dieci giorni in prigione per vendita illegale e propaganda comunista (le famose cartoline!). Dopo un lavoro stagionale, Marinus attraversò nuovamente l’Europa a piedi e in autostop fino a Belgrado, spinto sempre dal piacere della scoperta e della sperimentazione.
Una volta tornato a Leida, senza lavoro, chiese un sussidio all’Ufficio di assistenza ai disoccupati della città per creare una biblioteca per operai e disoccupati. Dopo un secondo rifiuto da parte dell’Ufficio, nel gennaio del 1932, ruppe le vetrine dell’edificio e fu condannato a tre mesi di prigione. In fuga, attraversò nuovamente l’Europa fino alla Polonia, dove trascorse tre settimane in prigione per aver tentato di attraversare illegalmente il confine con l’URSS. Arrestato al suo ritorno in Olanda, scontò i tre mesi di reclusione nella prigione dell’Aia. Uscito di prigione nel mese di ottobre, ottenne finalmente il sussidio per il suo progetto di biblioteca, dopo uno sciopero della fame di undici giorni. Le attività ripresero e, insieme ai suoi amici, fondò il Werkloozenkrant, il Giornale dei disoccupati.

Vennero pubblicati tre numeri dal contenuto antiautoritario. «Tra i disoccupati indennizzati si è creata un’atmosfera di rassegnazione e indecisione. Bisognava porre fine a tutto questo! Anche se si è stanchi degli slogan delle manifestazioni e delle riunioni, questo non significa che si debba stare con le mani in mano. Ora bisogna agire da soli» (n. 1, ottobre 1932) e «I disoccupati non hanno nulla da aspettarsi da nessun partito, finché non si difenderanno da soli» (n. 2, 9 novembre 1932). Vicino al gruppo LAO (Linksche Arbeiders Oppositie, Opposizione Operaia di Sinistra), che pubblicava la rivista Spartacus e sosteneva la violenza minoritaria come mezzo per «provocare i conflitti di classe», viaggiò molto per motivi di agitazione e intervenne in particolare durante lo sciopero dei tassisti all’Aia (dicembre 1932), dove, durante le assemblee, attaccò gli «inganni» del Partito Comunista e dei sindacati.
Affetto da tubercolosi agli occhi, Marinus fu operato nel gennaio del 1933 e rimase in ospedale per diverse settimane. A 24 anni, rischiava di diventare cieco da un momento all’altro. Il 2 febbraio, una settimana dopo le dimissioni dall’ospedale, partì a piedi per la Germania. Il 30 gennaio Hitler era stato nominato cancelliere del Reich. Il 2 febbraio Göring (ministro dell’Interno della Prussia e presidente del Parlamento) impose un divieto di pubblicazione di tre giorni al quotidiano socialdemocratico Vorwärts e ad altri circa 30 giornali. Il 5 febbraio le ordinanze “per la protezione del popolo tedesco” limitarono la libertà di riunione e di manifestazione e il 22 febbraio Göring attribuì alle SA [Sturmabteilung] funzioni di polizia ausiliaria nella lotta contro la sovversione. Il 23 febbraio la polizia perquisì per la terza volta le sedi abbandonate del KPD (Partito Comunista Tedesco) e dell’Ufficio europeo del Comintern. I locali del giornale del partito, la Rote Fahne (Bandiera rossa), vennero messi sotto sigillo. Ormai da tempo i nazisti marciavano verso il potere senza che l’apparato del KPD o i socialdemocratici si opponessero; la polizia, nel frattempo, sparava su un corteo antinazista a Dresda nel gennaio 1933, uccidendo nove operai.

Per i comunisti del KPD, secondo quanto affermato dal segretario generale Ernst Thälmann, era necessario infatti «discutere con i fascisti per riportarli sulle nostre posizioni» e «inchinarsi al nuovo rapporto di forza, lasciando che il fascismo si logorasse al potere». Qualsiasi atto di violenza sarebbe stato denunciato dal Partito comunista come una provocazione e i suoi autori sarebbero stati messi al bando dal proletariato in quanto agenti del fascismo» (ottobre 1932)¹ . Lo slogan «colpite i fascisti ovunque li incontriate», elaborato da Heinz Neumann, teorico del KPD e redattore capo della Rote Fahne, venne abbandonato nell’autunno del 1932. Per portare a termine questa inversione di rotta, il partito iniziò anche a denunciare come atto di provocazione ogni resistenza spontanea e determinata: una risoluzione del Comitato Centrale affermava che «non ha esitato a espellere dalle sue file i membri del partito che hanno violato i principi marxisti-leninisti e le risoluzioni del partito sulla questione del terrore individuale» e, soprattutto, che d’ora in poi «si opporrà senza pietà contro coloro che violeranno le risoluzioni del partito e la disciplina rivoluzionaria e contro ogni mancanza di sangue freddo nei confronti dei tentativi di provocazione del nemico di classe».²
Mentre nel maggio 1928 i nazisti avevano raccolto meno di un milione di voti (2,6%), quattro anni dopo Hitler ottenne 13,4 milioni di voti (37%) alle elezioni presidenziali dell’aprile 1932, per poi arrivare a 11,7 milioni di voti (33%) alle elezioni legislative del novembre 1932. A metà febbraio del 1933, Marinus van der Lubbe non volle aspettare il risultato delle ennesime elezioni legislative, in programma per il mese di marzo, che avrebbero visto i nazisti ottenere 17,3 milioni di voti (il 44% dei consensi) e 288 deputati, contro i 120 dei socialdemocratici, i 92 della destra e gli 81 dei comunisti, messi al bando.
Incendi dolosi
Dopo aver percorso quasi 800 chilometri a piedi o sul retro di un camion, attraversando Clèves, Düsseldorf, Essen, Bochum, Dortmund, Braunschweig, Magdeburgo e Potsdam, Marinus giunse a Berlino il 18 febbraio 1933 per valutare la situazione sul posto. Si aggirò per la città, assistette a comizi operai interrotti dalla polizia, lesse i volantini dei vari partiti, andò a vedere la proiezione del film Il ribelle (di Adelqui Migliar, 1931) e si recò negli uffici di assistenza ai disoccupati di Lichtenberg, Wedding e Neukölln per avviare delle discussioni. Davanti all’ultimo ufficio, propose ai disoccupati di organizzare una manifestazione: «Ma mi è stato spiegato che bisognava prima rivolgersi all’organizzazione, il KPD, che avrebbe esaminato la questione per decidere se fosse il caso o meno di manifestare». Constatando che i lavoratori e i disoccupati non erano disposti ad agire da soli e che i partiti si rassegnavano di fronte al fascismo, Marinus decise di contrattaccare in piena autonomia.
Il 25 febbraio acquistò quattro confezioni di accendifuoco, composte da naftalene e piccoli trucioli di legno, che si utilizzavano per accendere le stufe. Quindi, effettuò un primo sopralluogo nel centro della città. La sera stessa, la sua determinazione e creatività entrarono in azione. Verso le 18:30, tornò prima a Neukölln per colpire l’ufficio di collocamento davanti al quale aveva litigato: «Ho scavalcato una recinzione e ho fatto il giro da dietro, finché non ho visto una finestra ad altezza d’uomo. Lì ho acceso un pacchetto di accendifuoco e l’ho lanciato dentro». Mentre si dileguava in metropolitana, il primo focolaio d’incendio contro questa baracca di legno a un piano con le finestre sbarrate venne domato. I passanti, allertati dal fumo, furono aiutati da uno sbirro accorso sul posto.
Il secondo obiettivo di Marinus fu il municipio di Berlino. Verso le 19:15, dopo aver costeggiato l’edificio, «ho notato una finestra aperta, ho acceso un nuovo pacchetto di accendifuoco e l’ho lanciato dentro. Era già buio e nessuno mi ha visto», preciserà più tardi. Questa volta si allontanò a piedi, mentre un appendiabiti a muro, un battiscopa e un pezzo di pavimento cominciavano a essere avvolti dalle fiamme nella cantina del municipio. Il fuoco si propagò lentamente e emanò un forte odore di bruciato. L’allarme lanciato dagli abitanti del quartiere permise di spegnere l’incendio prima che potesse causare ulteriori danni.
Dopo aver attraversato il ponte sulla Sprea, Marinus arrivò in una piazza centrale e proseguì la sua passeggiata notturna. Di fronte a lui si ergeva l’antico castello imperiale, lo Stadtschloss. Palazzo della dinastia degli Hohenzollern di Prussia dal 1701 e residenza dell’imperatore tedesco Guglielmo II fino alla sua caduta nel 1918, questo luogo storico del potere era ancora utilizzato durante la Repubblica di Weimar per ricevimenti prestigiosi. Inoltre, come dichiarerà non senza ironia lo stesso Marinus, la posizione centrale e ben visibile del palazzo lo rendeva ideale per essere incendiato! Sempre agile, osservò la parte in costruzione sotto le impalcature e decise di attaccare il suo nuovo obiettivo dall’alto: «Ho scalato la parte sinistra del portale fino al tetto. Lassù, ho costeggiato la facciata e ho camminato sul tetto fino all’altro lato, verso la Sprea. A metà del tetto, ho acceso gli ultimi due pacchetti di accendifuoco. Poi sono sceso dallo stesso percorso. Ho lanciato i due accendifuoco accesi attraverso una finestra a vasistas». Erano poco più delle 20:00 di sabato sera e Marinus si diresse verso la pensione dove alloggiava. Anche questa volta il fuoco prese piede. Il graticcio e l’oblò di un ufficio iniziarono a bruciare, ma l’incendio fu domato. La stampa del giorno dopo riportò solo quest’ultimo tentativo di incendio contro l’augusto edificio.
Domenica 26 febbraio Marinus si alzò verso le nove del mattino. Non aveva quasi più un soldo in tasca, i tentativi di attacco a Berlino erano falliti e la rassegnazione e la passività delle persone che aveva incontrato lo avevano deluso. La sera si trovava a Spandau e si presentò al centro di accoglienza della polizia di quella lontana periferia, come previsto dalla legge sugli stranieri. Lunedì 27 febbraio, verso le otto del mattino, viene messo alla porta per continuare il suo lungo viaggio di ritorno nei Paesi Bassi, ma le cose non andarono come previsto. Solo e pieno di rabbia, non voleva accettare il fallimento. Fece quindi a piedi i trenta chilometri che lo separavano dal centro di Berlino, diretto verso il Parlamento tedesco. Arrivato verso le 17, si prese tutto il tempo necessario per osservare l’immenso edificio e trovare un punto debole. Camminò ancora per qualche ora e, con l’ultimo marco che gli era rimasto, comprò quattro pacchetti di accendifuoco. Verso le 21:00, entrò nel Reichstag attraverso le sale deserte del ristorante adiacente, dopo aver scalato un cornicione, costeggiato un muro fino a un balcone e sfondato una portafinestra a calci. Non conoscendo i luoghi, accese diversi focolai con l’aiuto degli acceleratori di fiamma, dei propri vestiti e di stracci trovati sul posto, sia per illuminarsi e avanzare nell’edificio, sia per incendiare i mobili. L’incendio si propagò, avvolgendo in fiamme l’immensa sala delle sedute del Parlamento, dove le vecchie finiture in quercia secca e le tende di seta dietro il seggio del presidente si rivelarono provvidenziali. La cupola di vetro e acciaio, situata settantacinque metri più in alto, esplose a causa del calore, provocando un forte effetto camino. L’incendio durò fino alle 23:00 e il luogo in cui siedono i malfattori che votano le leggi fu devastato, ma il resto dell’edificio rimase intatto. Arrestato in flagrante dopo una fuga di quindici-venti minuti, Marinus non ebbe alcun problema a rivendicare un atto di cui andava piuttosto fiero. Le sue dichiarazioni furono precise. «Nei giorni seguenti, dopo aver spiegato nei dettagli il suo percorso incendiario nel Reichstag, lo rifarà più volte in un tempo record, registrato da vari esperti legali, ripercorrendo il tragitto che aveva compiuto la sera del 27 febbraio, propagando ovunque l’incendio»³

Nonostante le torture e le condizioni di detenzione, Marinus van der Lubbe continuò a difendere la sua versione dei fatti fino alla fine, in ogni interrogatorio, nelle lettere dalla prigione e durante il processo: aveva agito da solo e in linea con le sue idee. In sciopero della fame dal 16 marzo 1933 nella prigione di Alt-Moabit, fu costretto all’alimentazione forzata. A partire da aprile, fu incatenato mani e piedi, ammanettato giorno e notte, con la luce accesa nella cella 24 ore su 24 e sotto osservazione permanente. Tra giugno e ottobre perse 13 chili, ma rimase fiducioso riguardo all’interpretazione del suo gesto di rivolta. In una lettera del 18 maggio indirizzata a Hartevelt, scrive: «Del resto, compagno, per quanto riguarda la questione del “provocatore” o cose simili, non preoccuparti troppo. Tutto è chiaro come il cristallo» e in quella dell’8 giugno: «Non preoccuparti troppo, perché l’intera faccenda è perfettamente chiara e difficilmente può essere scambiata per opera di un provocatore». Rifiutò qualsiasi avvocato, compresi quelli proposti dalla sua famiglia e dai suoi amici di Leida, e si ritrovò quindi con un difensore d’ufficio con cui fu poco loquace. Il processo si aprì finalmente il 21 settembre 1933 davanti alla Corte Suprema di Lipsia, alla presenza della stampa internazionale. Il 23 dicembre Van der Lubbe fu condannato a morte per attentato «al fine di alterare la Costituzione». I suoi coimputati, Torgler, ex capo del gruppo comunista al Reichstag, e tre bulgari (tra cui Georgi Dimitrov, a capo dell’ufficio europeo del Comintern), vennero invece assolti «per mancanza di prove». Marinus fu giustiziato da solo il 10 gennaio 1934 nel cortile della prigione di Lipsia.
Ecco dunque il percorso di un individuo che agì secondo una libertà che lo guidava da tempo, che lo rese infine ostile ai partiti e ai sindacati e forte della sua autonomia. Quanto alla versione ufficiale, divenuta comune, purtroppo ci dice molto, tanta è la quantità di fango che getta su Marinus, rivelandoci così bene l’intrinseca funzione di difesa dell’ordine dominante, che vede solo giochi di partito, personaggi manipolati (Lubbe al servizio dei nazisti) e atti di provocazione che alimentano la repressione (l’incendio sarebbe «l’atto di nascita del regime nazista», secondo lo storico Gilbert Badia!).
«Un relitto ribelle della società»
«Al momento, con l’avvicinarsi delle elezioni, i lavoratori non sembrano determinati a lottare contro il sistema che garantisce libertà a pochi e oppressione a molti. Secondo me, bisognava decidere di combattere il sistema. Poiché i lavoratori non volevano intraprendere alcuna azione, ho deciso di agire da solo. Ho pensato che appiccare un incendio da qualche parte potesse essere un mezzo valido. Non volevo attaccare le persone, ma qualcosa che appartenesse al sistema. Gli edifici pubblici erano quindi l’obiettivo ideale: l’Ufficio di assistenza ai disoccupati, per esempio, perché è un luogo di ritrovo per i lavoratori. Poi il Municipio, in quanto rappresenta un elemento del sistema, e infine il Palazzo Imperiale. Quest’ultimo si trova in centro e, se avesse preso fuoco, avrebbe prodotto grandi fiamme visibili da lontano. Poiché questi tre incendi non hanno avuto successo e la mia azione di protesta non ha sortito alcun effetto, ho scelto il Reichstag, perché rappresenta un punto centrale del sistema».
Verbale dell’interrogatorio di polizia,
2 marzo 1933
Come potevano i nazisti o gli stalinisti, esperti nell’addomesticamento, comprendere questa tensione verso la libertà, questo connubio di idee sovversive e azione individuale? Come potevano queste piovre, interessate soprattutto ad assumere o mantenere il controllo sulle masse, comprendere questo tentativo spontaneo di innescare una rivolta popolare? Di fronte ai nazisti che temono un tentativo di insurrezione comunista, che tuttavia il KPD rifiuterà, e vedono ovunque complotti utili a reprimere questo partito, gli stalinisti tedeschi in esilio organizzano la risposta sotto la guida di Willi Münzenberg, pubblicando nell’agosto 1933 un Libro marrone sull’incendio del Reichstag e il terrore hitleriano, finanziato da un “Comitato internazionale di aiuto alle vittime del fascismo hitleriano”, fondato a Parigi nel marzo dello stesso anno e patrocinato da Einstein, Aragon, Gide, Malraux… Il libro sarà tradotto in quindici lingue e diffuso in milioni di copie: la tesi è che le SA naziste abbiano aiutato Marinus nella sua impresa servendosi di un passaggio sotterraneo, e che quest’ultimo non fosse un proletario comunista secondo i canoni leninisti, ma un «figlio di piccolo borghesi», un «giovane pederasta mezzo cieco» manipolato dai nazisti4. Nientemeno! La grande macchina della calunnia è stata messa in moto e non si fermerà più. Dal 14 al 18 settembre, il «Comitato» organizza un controprocesso a Londra e le sue conclusioni, rese pubbliche il 20 settembre, alla vigilia dell’apertura del processo ufficiale a Lipsia, riprendono alla lettera le menzogne del Libro marrone.

Durante il processo, Dimitrov, alto funzionario del Comintern e coimputato di Marinus, non esiterà a definirlo «debole di mente», un uomo che si faceva fotografare in prigione ora con un grosso sigaro, ora mentre leggeva la Pravda di Mosca, mentre le torture trasformavano poco a poco Van der Lubbe in quell’essere ormai prostrato e apatico che comparirà davanti al tribunale. Nel suo discorso finale davanti ai giudici, nel dicembre del 1933, Dimitrov si farà addirittura sostituto procuratore per lavare l’onore del Partito Comunista: «Chi è Van der Lubbe? Un comunista? Niente affatto! Un anarchico? No. È un operaio declassato, un relitto ribelle della società, una creatura di cui si è abusato e che è stata usata contro la classe operaia». Infine, chiederà «che Van der Lübbe sia condannato per aver lavorato contro il proletariato e che ci siano concessi i danni e gli interessi per il tempo che abbiamo perso qui». Sarà assolto dai giudici, ma la sua brillante carriera di carnefice stalinista continuerà5, mentre la testa di Marinus sarà tagliata dalla ghigliottina e poi esposta al Museo della polizia di Berlino.
Nel 1941, rifugiato in Finlandia, Brecht pubblicherà L’irresistibile ascesa di Arturo Ui, sulla presa del potere da parte di Hitler, riprendendo a sua volta la tesi revisionista del Comintern e incarnando Marinus nella figura di Fisch, l’incendiario del Reichstag che pronuncia una sola parola: “areu, areu”. La versione stalinista è diventata verità istituzionale per la sinistra: la repressione contro il KPD che seguì l’incendio (migliaia di comunisti arrestati, instaurazione dello stato di emergenza, messa al bando del partito comunista)6, l’appoggio degli intellettuali e, soprattutto, l’impossibilità di concepire tali atti da parte di chi crede solo nelle organizzazioni, nelle gerarchie, nelle parole d’ordine e nella presa del potere da parte dello Stato hanno fatto il resto.
Dal punto di vista della legalità borghese e repubblicana, ristabilita dopo il 1945, la situazione non sarà diversa, poiché Van der Lubbe sarà addirittura condannato post mortem a otto anni di carcere il 21 aprile 1967 per “tentato incendio con effrazione” (Tribunale di Grande Istanza di Berlino, che annulla la sentenza nazista di Lipsia). Una seconda sentenza lo assolverà il 15 dicembre 1980, ma sarà annullata nel 1983 dalla Corte d’appello di Karlsruhe, confermando così la sentenza del 1967. Infine, in modo simbolico, la condanna a morte sarà dichiarata illegale il 10 gennaio 2008 dalla Procura federale tedesca.
Ma se l’attacco riuscito contro uno dei meccanismi che portarono democraticamente il nazismo al potere continua a tormentare lo Stato fino ai giorni nostri, risulta ancora più interessante dare un’occhiata ai dibattiti che hanno agitato gli ambienti antiautoritari dell’epoca, tanto sono ancora di scottante attualità per chiunque sia interessato alla distruzione di ogni forma di dominio (indipendentemente dal colore della propria camicia).
* * *
– Perché l’ha fatto?
– Il mondo nuovo sta arrivando, ma non abbastanza velocemente. Il mondo vecchio sta scomparendo, bisogna spingere via ciò che se ne va.
– Voleva dare l’esempio?
Van der Lubbe annuisce.
La Tribune de Genève, 14 aprile 1933
I numerosi attacchi di Van der Lubbe contro gli uffici di assistenza ai disoccupati di Leida e Berlino, fino al famoso e riuscito incendio del Reichstag del 27 febbraio 1933, non mancarono di suscitare dibattiti negli ambienti comunisti antiautoritari a cui Van der Lubbe era vicino.
Di fronte alle calunnie del Partito Comunista dei Paesi Bassi (CPN), che come gli altri diffondeva le menzogne contenute nel Libro marrone, l’organo della LAO (Opposizione Operaia di Sinistra), Spartacus, fin dal numero 19 del 9 marzo, difese la tesi secondo cui «il gesto di Van der Lubbe avrebbe potuto essere il segnale di una resistenza operaia generalizzata al di sopra dei capi dei partiti socialista e comunista». Il gruppo Radencommunist, invece, si limitò a una piroetta per sostenere l’incendiario senza affrontare il rapporto tra l’individuo (che non è nulla) e la massa (che è tutto): «Questo atto non deve essere considerato come un atto individuale, ma piuttosto come la scintilla che, in una situazione di forte tensione, ha potuto causare l’esplosione». Se da un lato viene da sorridere pensando se questa scintilla sia solo il misterioso prodotto della mano invisibile dell’antagonismo di classe o se sia anche il frutto di volontà ben precise e individuali, dall’altro si nota comunque che questa posizione si inserisce anche nel dibattito rivoluzionario legato alle idee anarchiche. Senza nemmeno scomodare le posizioni più iconoclaste, non è forse ciò che anche un comunista libertario come Kropotkin aveva già sviluppato nei suoi esordi alcuni decenni prima? Agire al di fuori dei partiti e rifiutarsi di scegliere i propri padroni non significava necessariamente passività, ma piuttosto agitazione sociale per distruggere ogni potere senza indugio: «Per noi, l’astensione dalla politica non è l’astensione dalla rivoluzione: il nostro rifiuto di partecipare a qualsiasi azione parlamentare, legale e reazionaria è dedizione alla rivoluzione violenta e anarchica, alla vera rivoluzione delle canaglie e dei diseredati».7
Altri due gruppi olandesi, invece, furono messi piuttosto in difficoltà dall’azione di Marinus. Il gruppo che pubblica Arbeidersraad, nato nel 1933 dalla maggioranza del KAPN (scissione consiliarista del Partito Comunista risalente al 1921), era sotto i riflettori, poiché gli investigatori del processo di Lipsia affermavano che Van der Lubbe ne era stato membro fino a poco tempo prima. Non contento di condannare il «terrorismo individuale» per ribadire la posizione deterministica del movimento marxista, secondo cui «la forza motrice della rivoluzione operaia» era «la situazione di crisi del capitalismo stesso» e non l’auto-organizzazione e la lotta degli operai, il gruppo insistette ancora di più sul fatto che nessuno «aveva mai sentito parlare di Van der Lubbe» e che, peraltro, la sua azione poteva avere un effetto «controrivoluzionario»8. Questione chiusa. Nessuna solidarietà, nemmeno critica, fu offerta dai fautori del consiliarismo storico – e ormai moribondo – dei Paesi Bassi. Per quanto riguarda il secondo gruppo direttamente interessato, anch’esso fondato da tre ex membri del KAPN nel 1927, il GIC (Gruppo dei Comunisti Internazionali), esso espresse una solidarietà elementare nei confronti di Van der Lubbe, senza tuttavia esimersi dal sottolineare quanto il suo gesto fosse stato «negativo» e «privo di valore». Dopo la sua rottura con il comunismo autoritario del Partito nell’aprile del 1931, Marinus si era brevemente rivolto al GIC, il principale gruppo consiliarista olandese, sostenitore della diffusione di una coscienza che accompagnasse la crescita di massa del movimento rivoluzionario al di fuori dei partiti e dei sindacati. Tuttavia, fin dalla creazione della LAO a Leida e Rotterdam nel luglio 1932, Marinus fu attratto da quest’ultima, perché si differenziava fortemente dal GIC su un punto cruciale: la crescita non poteva derivare solo dal lavoro teorico e dalla propaganda, ma doveva essere provocata soprattutto dall’intervento attivo nei conflitti di classe, attraverso l’azione minoritaria a cui Marinus aspirava e che non aveva mai smesso di condurre.

Dopo l’incendio del Reichstag, Anton Pannekoek, il più famoso teorico dei GIC e autore del libro di riferimento Les conseils ouvriers (1947), si mise immediatamente al lavoro per cercare di arginare il fuoco. Era necessario evitare a tutti i costi che questo cattivo esempio si diffondesse tra i comunisti antiautoritari, come sostenevano alcune piccole pubblicazioni consiliariste (Spartacus, De Radencommunist), che vi avevano visto un atto rivoluzionario, perché «approvare e applaudire un simile atto significa consigliarne la ripetizione». Nell’organo teorico del GIC, pubblicato nel marzo 1933, scrisse quindi in forma anonima due articoli sulla questione: uno su “La distruzione come mezzo di lotta” e l’altro su “L’atto individuale”9.Per quanto riguarda il primo punto, l’astronomo dell’Università di Amsterdam si oppose a questa spiacevole tendenza che alcuni hanno sfruttato per dare libero sfogo alle proprie cattive passioni. Se nessuno potrebbe certo piangere la scomparsa di «uno degli edifici più brutti della Germania moderna», il problema attuale è che «ci sono altri edifici più belli e musei con tesori artistici» che devono essere preservati dalla vendetta del primo «proletario disperato» che passa. Non fraintendiamo, però: Pannekoek non si oppone a chiunque attacchi uno dei palazzi del potere in un momento di rabbia perché vorrebbe riservare l’esclusiva della distruzione ai consigli operai che, da soli, deciderebbero cosa è «prezioso» e cosa merita di essere consegnato alle fiamme. No, è la distruzione in sé che pone un problema al teorico. Per lui, se è vero che al momento il compito del suo gruppo non è quello di «mettere in moto le masse», ma solo di «aiutare le masse in movimento a trovare la strada giusta» (volantino del GIC, marzo 1933), il futuro a cui aspira è la riappropriazione da parte del proletariato di gran parte dell’esistente e, in questo senso, non è pensabile causare danni eccessivi. Al di là dell’apparato produttivo e di alcuni servizi (sanità e istruzione), che un giorno cambieranno di mano, Pannekoek estende il problema a tutti i possedimenti dello Stato e della borghesia: «A chi si toglie qualcosa con la distruzione? Ai proletari vittoriosi che un giorno saranno i padroni di tutto questo».
A differenza dei suoi compagni della LAO, il GIC aveva compreso che, per non rischiare di incoraggiare altri Van der Lubbe, era meglio predicare la moderazione piuttosto che la vendetta e la solidarietà attiva. Era meglio sperare in un progresso graduale verso la rivoluzione piuttosto che in azioni avventate. Cosa sarebbe successo se l’attacco del giovane ribelle avesse avuto un effetto a catena, se altri avessero risposto al suo «segnale» o se quella «scintilla» avesse fatto esplodere tutta la violenza dei rapporti sociali, schiacciati tra l’incudine socialdemocratica e il martello stalinista, mentre il fabbro assumeva sempre più le sembianze del fascismo? Cosa sarebbe successo se la questione sociale avesse preso subito la strada inaspettata dell’insurrezione, come fecero, ad esempio, l’anno successivo, i disoccupati del quartiere Jordaan di Amsterdam (luglio 1934)?10 No, decisamente, era meglio evitare di distruggere «i monumenti e i ricordi delle generazioni passate che non possono essere ricostruiti».
In realtà, un ragionamento del genere è sicuramente valido se si ragiona in termini di masse e di gestione, sia in modo progressista che conservatore («è la proprietà della collettività che cercheremo di trasmettere il più intatta possibile alle generazioni future»). D’altra parte, se si lotta affinché gli individui prendano coscienza di sé, liberandosi da secoli di oppressione per auto-organizzarsi liberamente, allora qualcosa cambia. In questo caso, infatti, non si tratta più di una trasformazione della società attraverso la sostituzione di una classe con un’altra, ma di un completo sconvolgimento dei rapporti sociali (che non si riducono alle classi), in cui la rivoluzione diventa un processo in cui la passione per la distruzione è, al contempo, una passione creatrice che mira a qualcosa di completamente diverso. Come già suggeriva un vecchio russo, «questa passione negativa per la distruzione è lungi dall’essere sufficiente per portare la causa rivoluzionaria al livello desiderato; ma senza di essa, questa causa è inconcepibile, se non impossibile, perché non c’è rivoluzione senza una distruzione profonda e appassionata, una distruzione salvifica e feconda, perché è proprio da essa, e solo da essa, che si creano e nascono mondi nuovi».11
Scrivendo a caldo sull’incendio del Reichstag per dispensare consigli ai proletari in materia di belle arti, Pannekoek forse non aveva in mente i suoi amici consiliaristi, ma piuttosto una serie di fantasmi anarchici e ribelli. Non erano forse stati gli insorti a scatenarsi nel 1909 in Spagna contro l’oppressione religiosa secolare, pagando un prezzo altissimo che andava ben oltre le questioni tecniche, come quella dei «punti d’appoggio del nemico»? Nel maggio del 1931, due mesi dopo la caduta della monarchia, si erano ripetuti nello stesso paese incendi, saccheggi e razzie di centinaia di chiese e centri di insegnamento gestiti da religiosi. E durante l’insurrezione delle Asturie, nell’ottobre del 1934, fu la grande biblioteca dell’Università di Oviedo a essere incendiata, e numerosi monumenti storici, tra i più prestigiosi esempi di arte romanica, a essere fatti saltare in aria con la dinamite. Ma se questa questione, in fin dei conti più sociale che architettonica, preoccupava così tanto, era sicuramente perché Marinus non ha fatto altro che riaccendere nella mente dei sostenitori della futura «proprietà collettiva» un ricordo ben più doloroso. Nel maggio del 1871, con l’ausilio di carri carichi di polvere nera, catrame liquido, essenza di trementina e petrolio, una parte dei comunardi parigini diede fuoco al palazzo delle Tuileries, sede del potere reale e imperiale, al palazzo di Giustizia, al palazzo della Legion d’Onore, al palazzo d’Orsay, dove aveva sede la Corte dei Conti, all’ala centrale del Palais-Royal, dove si trovava il Consiglio di Stato, al Municipio, alla galleria degli arazzi della Manufacture des Gobelins, al Ministero delle Finanze, ai Magasins Généraux, alla stazione di Lione e alla Biblioteca Imperiale del Louvre. Oltre all’avanzata dell’esercito di Versailles e alla volontà di distruggere irrimediabilmente ciò che non sarebbe mai stato loro, i rivoltosi sapevano anche cosa non volevano trasmettere a nessuno: tutti gli archivi di Parigi furono distrutti durante quegli incendi, così come tutti i registri dello stato civile (una copia era conservata nel Palazzo di Giustizia e l’altra nel Municipio, ma entrambe furono divorate dalle fiamme) e la maggior parte degli archivi della polizia. Per quanto riguarda i famosi «tesori artistici» citati dallo studioso olandese all’inizio del suo articolo, il Louvre e le sue collezioni sfuggirono alla distruzione il 24 maggio 1871 solo grazie all’intervento dei soldati di Versailles, che impedirono al fuoco di propagarsi dal Palazzo delle Tuileries al museo.
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«Per aver temuto l’incendio di una baracca di saltimbanchi, dove si concludeva con tristi smorfie, sotto il tallone di ferro del fascismo, la pietosa commedia parlamentare tedesca, gli operai tedeschi ed europei hanno subito il martirio e la morte in mezzo alle fiamme di intere città: Coventry, Rotterdam, Varsavia, Amburgo e persino Berlino hanno pagato con la loro distruzione il pedante allarmismo di alcuni bonzi. L’unico che è uscito con onore da questa prova è stato lo stesso Van der Lubbe, calunniato, torturato, drogato e giustiziato senza mai rinnegare se stesso né far condannare un solo «complice». È vero, non è riuscito a conquistare le masse operaie con il suo sacrificio. Ciò che sarebbe accaduto senza di lui è accaduto, nonostante lui. Ma almeno ha combattuto, mentre molte altre vittime dell’hitlerismo si sono accontentate di subire».
A. Prudhommeaux
Le Réveil anarchiste, febbraio 1946
Sottoposto a numerosi interrogatori, torturato e oggetto di perizie, con la corrispondenza limitata e severamente censurata, e forse anche sotto l’effetto di iniezioni di farmaci che lo lasceranno prostrato per tutta la durata del processo, Marinus Van der Lubbe non sarà più in grado di opporsi alla temibile macchina propagandistica stalinista che lo calunniò in tutto il mondo, presentandolo come un agente provocatore al servizio dei nazisti. Per cercare di controbilanciare le calunnie che portarono alla pubblicazione del Libro marrone nell’agosto del 1933, i suoi amici consiliaristi di Amsterdam si riunirono già in primavera e lanciarono un appello nazionale che sfociò in un’assemblea di 35 persone nel mese di giugno. In estate uscì in olandese l’opuscolo Marinus van der Lubbe, proletario o provocatore? e, a settembre, in occasione dell’apertura del processo, il Libro rosso su Van der Lubbe e l’incendio del Reichstag, che raccolse il diario di viaggio e le lettere di Marinus, ma anche le contro-testimonianze firmate da persone che lo hanno conosciuto e che confutarono le calunnie contenute nel Libro marrone. In risposta all’accusa lanciata dall’organo del Partito Comunista Olandese, De Tribune, secondo cui Marinus avrebbe espresso opinioni fasciste a partire dal 1931, uno di loro rispose: “Durante la discussione che ho avuto con lui [in occasione dello sciopero dei tassisti del dicembre 1932], ha dimostrato di avere più energia rivoluzionaria nel suo mignolo che in tutta l’Amstel 85 [sede del Partito Comunista] riunita. Van der Lubbe è e rimane un rivoluzionario. Sarebbe diverso se avesse tenuto discorsi come “La patria proletaria” o, come disse Stalin, “il socialismo sarà realizzato in un solo paese”. Questo è puro nazionalismo ed è chiaramente fascista». Un altro precisò: «A modo suo, vedeva queste due grandi masse, a destra e a sinistra, e senza dubbio ha pensato: “Ora o mai più” e ha compiuto il suo atto rivoluzionario. Basta con le calunnie, signori!. Non è l’atto di Marinus, ma la vostra vigliaccheria a essere foriera di fascismo».
In diversi paesi, tra cui la Francia, vennero così creati dei Comitati in solidarietà con Van der Lubbe, tra cui quello (che rimase attivo fino al 1939) fondato dal libertario francese André Prudhommeaux. Quest’ultimo fu molto attivo nella difesa di Marinus, recandosi nei Paesi Bassi per raccogliere nuove testimonianze dai suoi compagni di lotta e impegnandosi strenuamente per creare una rete internazionale di corrispondenti. Guy Alfred, militante consiliarista vicino ai libertari di Glasgow, pubblicò diversi articoli su The New Spur, come avvenne in Italia, in Belgio (sul settimanale Le Rouge et le Noir) o negli Stati Uniti (sul mensile Man! di San Francisco). Anche l’opuscolo Marinus van der Lubbe, proletario o provocatore?, tradotto in francese, inglese e italiano a cura dei comitati, rispecchiava il pensiero libertario. In dodici pagine, il comitato olandese difese con vigore l’incendio del Parlamento tedesco: «[i partiti socialisti e comunisti] temono soprattutto che il colpo inferto al parlamentarismo sia un colpo inferto contro loro stessi, i chiacchieroni, i millantatori, i fautori dei compromessi, i manipolatori, i capi! Con infallibile istinto, riconoscono in Marinus van der Lubbe l’uomo di un mondo nemico. Tra i milioni di schiene curve del servile gregge elettorale, un solo proletario si è alzato e ha schiaffeggiato i loro volti da Giuda! È Marinus van der Lubbe. Questo è il significato del suo gesto: ecco perché cercano di infangare il suo onore di rivoluzionario». Lanciando poi un monito ai lettori: «Un proletariato che accetta le accuse calunniose e menzognere delle cricche dirigenti contro un compagno di classe, uno dei più attivi e migliori, è pronto a seguire il proletariato tedesco nella notte del fascismo». Nel novembre 1933, la ristampa della traduzione francese di questo opuscolo fu completata da un breve testo del Comitato Van der Lubbe (Francia) intitolato A tutti, che chiarisce le ragioni anarchiche della solidarietà con Marinus: «Non lasciamoci schiacciare dalla forza di inerzia dei partiti, dal sistema gesuitico della disciplina dei cadaveri e della Ragion di Stato. Altrimenti, siamo maturi per il knut, il manganello e il regno della svastica. È il nostro stesso destino che è in gioco. Di fronte alla schiavitù delle coscienze, ci sono solo due atteggiamenti possibili: o IN PIEDI (con Van der Lubbe), o A QUATTRO ZAMPE con il bestiame che vota, sfila, paga e massacra. La disobbedienza verso le “autorità” che hanno scagliato l’anatema su Van der Lubbe dovrebbe diventare l’inizio della grande disobbedienza, quella che creerà la società degli uomini liberi».12
In Francia, non sorprende che siano stati soprattutto gli anarchici ad accogliere questi testi, almeno quelli che non ebbero bisogno di usare le pinze per difendere gli atti individuali e generosi dei rivoluzionari, anche consiliaristi, e che non consideravano le masse come l’unica forza rivoluzionaria. Una marea di articoli venne pubblicata su Le Flambeau (Brest) o Le Semeur (Falaise, Calvados) a partire dal 1933, poi, nel marzo del 1934, in un numero speciale de La revue anarchiste ideata da Prudhommeaux, con estratti dal Roodboek olandese tradotti in francese e ribattezzati, per l’occasione, Libro rosso e nero sull’incendio del Reichstag. Questi dovettero affrontare non solo le calunnie della stampa di ogni orientamento, ma anche quelle del Secours Rouge International (con sede a Parigi, 19°) «contro il fascismo, a sostegno delle vittime del terrore hitleriano», che intendeva difendere «cinque militanti rivoluzionari, falsamente accusati dell’incendio del Reichstag, provocazione di Hitler, imprigionati e minacciati di impiccagione»… ovvero solo Dimitrov e i suoi quattro accoliti del Partito e del Comintern. Oltre alle petizioni degli intellettuali, alla vendita di cartoline di sostegno al prezzo di 50 centesimi con il ritratto dei capi stalinisti e alla martellante campagna dell’Humanité, furono organizzati numerosi comizi, come quello del 19 dicembre 1933 al Luna Park di Parigi, dove gli apparatcik offrirono alla folta platea di 30.000 persone, visibilmente commossa, il momento clou dello spettacolo: la vecchia madre di Dimitrov, giunta dalla Bulgaria.
Sul versante anarchico, invece, come precisò lo stesso Prudhommeaux in una lettera scritta anni dopo, «la stampa libertaria dei paesi latini ci era generalmente aperta, ad eccezione del Libertaire di Frémont, allineato al piattaformismo e al ministerialismo del fronte popolare, i cui membri dovettero tutti aderire all’Unione sacra nel settembre del 1939». Dopo l’incendio del Reichstag, tuttavia, André Prudhommeaux si rivolse inizialmente a questo giornale, iniziando il 17 marzo la pubblicazione di una serie di articoli in difesa di Marinus. La redazione del Libertaire pose bruscamente fine a questa collaborazione due settimane dopo, giustificandosi con un lapidario commento a piè di pagina: «Non condividiamo il punto di vista del nostro compagno A. P. Al contrario, ci sembra che Van der Lubbe sia effettivamente un agente di Hitler». Per le stesse ragioni, gli anarchici sindacalisti tedeschi del DAS (Deutsche Anarcho-Syndicalism) si opposero in seguito con veemenza, con il sostegno di R. Rocker e A. Souchy, ai compagni internazionalisti che volevano aderire alla FAI con il nome di “Gruppo Marinus van der Lubbe” all’inizio della rivoluzione spagnola del 1936. «In generale, osserva Prudhommeaux, la linea di demarcazione tra anarchici sostenitori e oppositori di Lubbe era tracciata dagli stessi uomini che, più tardi, sarebbero stati chiamati in causa in Spagna dal militarismo e dall’antimilitarismo, dal governamentalismo e dall’antistatalismo»13. In fondo, dalla condanna del giovane incendiario olandese nel 1933 alla difesa dell’ingresso nei ministeri spagnoli nel 1936, si può individuare un filo conduttore che sconvolge anche i sostenitori dell’idea anarchica. Si tratta del rapporto politico che non considera più l’attacco individuale e autonomo come la necessità dell’azione diretta, ma al massimo come un atto isolato dalle masse che giova alla repressione. Chi, nella distruzione di un ingranaggio dello Stato, non vede più il coraggio delle proprie idee, ma al massimo un errore di analisi su ciò che è opportuno preservare o integrare in un dato momento. Di fronte a un evento e in nome di circostanze eccezionali, ci sarà sempre una scusa valida per rinunciare alla tensione etica in nome della politica e separare l’idea dall’azione, alla luce di qualche calcolo strategico.
Di fronte al contorsionismo politico e a un opportunismo agile, non rinunciare alle proprie idee, anche in caso di tempesta, permette non solo di mantenere viva la tensione anarchica tra il pensare e l’agire in maniera coerente, ma offre soprattutto la possibilità di sperimentare questa tensione nella propria vita con tutta la forza e la volontà di cui ciascuno dispone. Così, accanto a Prudhommeaux, al quale si deve certamente l’iniziativa della creazione di un Comitato Van der Lubbe a Parigi, merita la nostra attenzione un altro compagno dal percorso più discreto. Alphonse Barbé (1885-1983), che fi il tesoriere del Comitato Internazionale creato nel settembre 1933 per studiare, analizzare e confutare tutte le calunnie lanciate contro Marinus. Barbé si ritrovò quasi per caso a solidarizzare con il rivoluzionario olandese.
Operaio mugnaio a Vannes, poi rappresentante di vendita a credito, nel 1912 Alphonse Barbé si trasferì a Parigi per lavorare come fattorino e qui iniziò ad abbracciare l’idea anarchica. Diventato venditore ambulante in Bretagna, tornò a Parigi nel 1914, all’approssimarsi della guerra, convinto che sarebbe scoppiato uno sciopero generale insurrezionale contro il fratricidio imminente. Le sue speranze, come quelle di tanti suoi compagni, furono deluse dal tradimento dei leader socialisti e sindacalisti e dal nazionalismo che devastò la classe operaia. Senza fiori al fucile, non sfuggì comunque alla mobilitazione. Ferito al fronte nel settembre del 1915, disertò un anno dopo e si nascose a Parigi, dove, sotto falsa identità, continuò a lottare contro il massacro in corso e per l’anarchia. Arrestato nel giugno 1917 insieme ad altri compagni per aver pubblicato un numero clandestino del Libertaire (con una tiratura di 12.000 copie), fu condannato immediatamente a 15 mesi di prigione, pena che nel dicembre 1917 fu portata a tre anni dalla corte d’appello per «propositi allarmistici e usurpazione di stato civile». Dopo due anni trascorsi a La Santé e poi a Clairvaux, fu rilasciato in seguito all’amnistia dell’ottobre 1919, ma fu nuovamente arrestato e rinchiuso per un anno a Nantes per la sua diserzione del 1916.

Quando, nel 1920, uscì definitivamente di prigione, raggiunse la sua compagna a Caen e si dedicò al commercio ambulante. L’entusiasmo per la Rivoluzione russa lo spinse per un certo periodo a partecipare alle attività del Partito Comunista, fondato nel dicembre dello stesso anno, ma, a differenza di molti altri, Barbé si rese presto conto dell’errore commesso. Nel 1923 fondò il proprio giornale, Le Semeur de Normandie, organo di libera discussione, che all’epoca era uno dei pochi giornali a schierarsi concretamente da un punto di vista antimilitarista a favore degli obiettori di coscienza che cominciavano a organizzarsi. Nel 1925 il giornale fu ribattezzato Le Semeur contre tous les tyrans, organo bimestrale di cultura individuale, e si trasferì da Caen a Falaise nel 1927. Arrivò a contare fino a 280 numeri prima della sua cessazione nel novembre del 1936.
Con l’allineamento del Libertaire alla posizione della cospirazione nazista, Prudhommeaux pubblicò sulla Correspondance internationale ouvrière del 25 marzo 1933 la traduzione di un articolo di Spartacus, l’organo de l’Opposizione operaia di sinistra olandese (LAO), che, a poco più di una settimana dall’incendio, descriveva la vera personalità e le idee di Marinus van der Lubbe, contraddicendo radicalmente quanto era stato scritto sia dalla stampa operaia che da quella borghese. Gli autori, ad esempio, affermavano di non avere alcun motivo di dubitare delle motivazioni anticapitaliste di Marinus, poiché «fino a poco tempo fa avevano il privilegio di intrattenere rapporti con lui». Nel pieno della bufera repressiva, riaffermare pubblicamente e controcorrente la propria affinità con l’incendiario del Reichstag non era cosa da poco. Colpito dalla lettura di questo articolo, Barbé decise di ripubblicarlo sul suo giornale: «Fu per me uno shock sconvolgente e doloroso apprendere del lavaggio del cervello a cui eravamo stati sottoposti, che la verità sull’atto dell’incendiario del Reichstag era, nonostante le apparenze, di tutt’altro valore rispetto a quella che ci era stata fornita da una stampa allarmata e menzognera quanto la stampa capitalista […]. Ci uniamo al gesto dei nostri amici della Correspondance internationale ouvrière per denunciare questa scandalosa scorrettezza» (Le Semeur, 22 aprile 1933). Fu proprio con il sostegno di tali testimonianze provenienti dai Paesi Bassi che, insieme a Barbé, altri giornali anarchici in tutto il mondo si schierarono a favore di Marinus, ritenendo «logico che la rivolta contro questo passato di ignominia e contro questo presente iniziasse con la demolizione del simbolo più augusto dell’inganno, l’edificio del Reichstag» (L’Adunata dei Refrattari, 20 maggio 1933).
Dopo essere entrato a far parte del Comitato internazionale, Alphonse Barbé espose la sua difesa del sovversivo che ha cercato di scuotere l’immobilismo della popolazione ne Le Semeur del 9 settembre 1933: «Non ci facciamo illusioni sul verdetto che attende Van der Lubbe, sappiamo che pagherà con la vita il suo gesto disinteressato, quindi lo difenderemo non tanto per salvarlo, quanto per onorarne la memoria, perché per noi simboleggia […] la coscienza dell’uomo di fronte alle proprie responsabilità s toriche. Van der Lubbe si unisce agli obiettori, rompendo con il conformismo sociale e rivoluzionario e con i dogmi collettivi». Il 15 settembre fu pubblicato un numero speciale de Le Semeur intitolato «In difesa di Van der Lubbe», stampato in 10.000 copie, che includeva la traduzione dell’opuscolo-manifesto del Comitato olandese, Marinus van der Lubbe, proletario o provocatore? e parte della corrispondenza di Marinus, tra cui due lettere dell’aprile 1931 scritte durante il suo soggiorno a Berlino, una lettera del giugno 1932 dalla prigione di Utrecht e diverse lettere dalla prigione di Berlino dell’estate del 1933. Nel mese di ottobre, Marinus van der Lubbe, proletario o provocatore?, venne ripubblicato in un opuscolo tirato in 5.000 copie. Barbé iniziò anche la pubblicazione, su Le Semeur, del Diario di viaggio di Van der Lubbe, scritto durante il suo viaggio attraverso l’Europa centrale nel 1931, e continuò a pubblicare articoli su di lui fino a febbraio 1935. Il 10 gennaio 1934, mentre stava completando la pubblicazione di questo racconto di viaggio in un opuscolo intitolato Le Carnet de route d’un sans-patrie (Il diario di viaggio di un senza-patria), Barbé venne a sapere che Marinus era stato appena decapitato. Aggiunse quindi al suo opuscolo un ultimo omaggio, pieno di rabbia, al generoso vagabondo: «Non bastava che avesse scagionato i suoi coimputati, che si fosse assunto da solo tutte le responsabilità, che con il suo coraggio avesse salvato loro la vita, che avesse pagato con la morte il suo gesto coraggioso, poiché alcuni individui cercano ancora di infangare questo vagabondo eroico che, liberando la sua coscienza, salvò l’onore della classe operaia in rotta davanti a Hitler e alle sue truppe. È vero che prima di lui molti ribelli hanno conosciuto questi odi, questi anatemi, questi vergognosi tradimenti, queste perfide calunnie, perché non deve emergere dal gregge colui che, con il suo destino, segna la distanza che separa il servo dall’uomo libero e mostra tutta la bassezza e l’ignominia delle folle in ginocchio davanti ai despoti!»
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Il presidente: «Ha sentito il parere degli esperti secondo cui un uomo solo non avrebbe potuto appiccare l’incendio?»
Van der Lubbe: «Sì, so che questa è l’opinione personale degli esperti. Tuttavia, io ero lì e loro no. So di aver appiccato il fuoco alla Camera dei dibattiti con la mia giacca.»
Processo di Lipsia,
udienza del 23 novembre 1933
Rifiutare che gli individui, i ribelli, gli sfruttati possano agire autonomamente («è dalla classe, spinta da forze sociali massicce, che deve venire ogni iniziativa», afferma Pannekoek in L’acte personnel) non solo condanna all’attendismo, ma porta anche a mettere in discussione la realtà di questa «forza sociale», essa stessa composta da mille volti e pratiche conflittuali (chi sarebbe questa famosa «classe», una volta respinti i suoi rappresentanti politici e sindacali, se non ciascuno di noi, così come agisce?). Se è chiaro che l’azione diretta e autonoma, individuale o collettiva, contro l’autorità, anche quando non è generalizzata, non ha nulla a che vedere con un «elitarismo della sovversione» o con il «disprezzo della servitù volontaria», come hanno perfidamente scritto gli autori della postfazione di un libro su Van der Lubbe nel 2003 14, è perché si tratta invece di una possibilità permanente data a ciascuno di riprendere in mano il proprio destino, lottando contro l’ordine delle cose. Marinus ha scelto il modo che gli sembrava migliore e se ne è assunto le responsabilità fino in fondo, con dignità. Il suo gesto ci parla ancora oggi, perché ci dimostra che il potere non è una macchina astratta fuori dalla nostra portata e che anche un individuo, con mezzi ordinari (in questo caso degli attizzatori per carbone), può colpire e raggiungere il nemico. Era proprio questa capacità di analizzare autonomamente, di auto-organizzarsi e poi di agire che il potere e i suoi concorrenti non potevano accettare, come già ricordato dalla Conferenza internazionale dei comitati Van der Lubbe, organizzata a Parigi il 31 dicembre 1933, dopo la sua condanna a morte: «Ogni allusione calunniosa a Van der Lubbe è un colpo inferto allo spirito di iniziativa e alla spontaneità», ovvero all’azione condotta direttamente dagli sfruttati. Perché ciò che l’instancabile camminatore olandese riteneva valido appena 80 anni fa, vale ancora oggi: il dominio è un rapporto sociale che si incarna innanzitutto negli ingranaggi della vita quotidiana. Non ci sono pochi grandi cattivi che schiacciano una folla di oppressi, ma piuttosto un rapporto di dominio basato sia sulla coercizione che sulla sottomissione, ovvero sulla partecipazione più o meno attiva di ciascuno. Questo dominio non esercita il suo potere tirando le fila dietro le mura di un bunker segreto, ma si incarna in un numero incalcolabile di uomini e nelle strutture che ci circondano. A titolo esemplificativo, il controllo sociale si ritrova in tecnologie e strumenti quali ripetitori per telefoni cellulari e televisione, telecamere agli angoli delle strade, cavi ottici, centrali informatiche, architetti e imprese che costruiscono carceri, ospedali psichiatrici, centri di detenzione, tribunali e commissariati di polizia, banche che li finanziano e uffici che li amministrano.
In questo senso, con i suoi ripetuti attacchi contro gli uffici di assistenza ai disoccupati – ben prima di quello contro il Reichstag, che fu l’ultimo –, Van der Lubbe avanzava già una proposta che può ancora risuonare nel cuore dei sovversivi di oggi: il volto ripugnante del dominio assume spesso, e oggi più che mai, sembianze molto più familiari di quanto sembri, sembianze a portata di mano… Allo stesso modo, quando ha preso di mira un municipio o la sede di un’assemblea di rappresentanti politici, piuttosto che una delle strutture specifiche del partito nazista, come sarebbe sembrato ovvio, Marinus ha avanzato un’ipotesi la cui lucidità si è rivelata in seguito: il fascismo non è l’opposto della democrazia, ma un modo diverso di gestire lo stesso sistema autoritario da distruggere. In questo senso, Marinus non era più «antifascista» che «antidemocratico»: era semplicemente rivoluzionario.

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Tratto dall’opuscolo Oui le Reichstag brûle! L’acte individuel de Marinus Van der Lubbe (Penelope, Aprile 2017), edito da Anar’chronique éditions.
Testo pubblicato originariamente nel numero tre della rivista in lingua francese Subversions (Parigi) nel settembre 2013.
Tradotto in italiano e diffuso il 27 febbraio 2026.
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Note:
1 Marinus van der Lubbe, Carnets de route de l’incendiaire du Reichstag, C. Reeve e Y. Pagès (a cura di), ed. Verticales/Le Seuil (Parigi), marzo 2003, p. 49.
2 Paul Barton, Pour un anniversaire. Marinus Van der Lubbe ou Le mythe dans l’histoire, La Révolution prolétarienne, n°437, marzo 1959, pp. 17-22; ripubblicato in Agone n°25, Marsiglia, maggio 2001, p. 184.
3 Nico Jassies, Marinus van der Lubbe et l’incendie du Reichstag, ed. Antisociales (Parigi), novembre 2004, p.36
4 Affermare che Marinus van der Lubbe fosse omosessuale era sufficiente a screditarlo agli occhi di una classe operaia che non brillava certo per apertura mentale (in quel contesto, “omosessuale” era sinonimo di “debole” e “squilibrato”). Ma il Libro marrone degli stalinisti aveva un secondo obiettivo: dimostrare, contro ogni evidenza, che Marinus lavorava per i nazisti, perché sarebbe stato uno dei “giovani amanti” del capo delle SA, Ernst Röhm. «L’omosessualità di Van der Lubbe lo mise in contatto con i nazisti durante i suoi successivi viaggi in Germania», «le relazioni omosessuali di Van der Lubbe con i capi nazionalsocialisti e la sua dipendenza materiale lo rendevano malleabile e obbediente alla volontà degli incendiari». Per concludere in modo esemplare: «Il piano dell’incendio è stato ideato da un fanatico apologeta della menzogna e della provocazione: il dottor Goebbels. La direzione della Fazione è affidata a un morfinomane: il capitano Goering. Il comando degli incendiari è affidato a un assassino della Vehme: Edmund Heines. Lo strumento è un giovane pederasta mezzo cieco: Marinus van der Lubbe». Comitato internazionale di aiuto alle vittime del fascismo hitleriano, Libro marrone sull’incendio del Reichstag e il terrore hitleriano, ed. du Carrefour (Parigi), settembre 1933, pp. 51, 57 e 59. Il 20 settembre, alla vigilia dell’apertura del processo di Lipsia, il Comitato internazionale pubblica a Londra le conclusioni del suo contro-processo stalinista, riprendendo alla lettera le accuse contenute nel Libro marrone. Rivelate dall’apparatcik del Partito comunista Gabriel Péri davanti a 6.000 persone durante un comizio nella sala Bullier di Parigi, Van der Lubbe viene descritto come «un degenerato che vagava tra i gruppi politici olandesi e che in Germania è caduto sotto la dipendenza di un nazista omosessuale» (L’Humanité, 21 settembre 1933, p. 2).
5 Il 9 marzo 1933, mentre viaggiava clandestinamente per conto del Comintern, Dimitrov venne arrestato in Germania con l’accusa di complicità nell’incendio del Reichstag. Nel 1922 era già stato eletto nel Comitato centrale dell’Internazionale sindacale di Mosca (Profintern) e nel 1928 era stato nominato membro dell’Ufficio europeo occidentale del Comintern (WEB) a Berlino. Questo ufficio sovrintendeva ai partiti comunisti di Germania, Francia, Belgio, Polonia, Italia e Austria. Dopo la sua assoluzione, nel dicembre del 1933, il regime nazista permise a questo alto funzionario stalinista di tornare tranquillamente in Unione Sovietica, che gli conferì la cittadinanza sovietica. Dimitrov fu quindi segretario generale del Comintern dal 1934 fino al suo scioglimento nel 1943, attuando, ad esempio, la politica del Fronte popolare con i partiti borghesi a partire dal 1934 e, successivamente, quella dell’alleanza con i nazisti, ufficializzata nel 1939 dal patto tedesco-sovietico. Nel 1945 assunse direttamente la direzione del Partito Comunista in Bulgaria, di cui divenne anche primo ministro dal 1946 fino alla sua morte, avvenuta nel 1949. I 150 campi di concentramento che istituì in pochi anni gli valsero l’imbalsamazione in un mausoleo nel centro di Sofia, dove il co-accusatore di Van der Lubbe rimase fino al 1990.
6 Dimenticando, tra l’altro, le migliaia di anarchici, come Erich Mühsam, che sarà arrestato la mattina del 28 febbraio 1933, poche ore dopo l’incendio del Reichstag, e che morirà il 10 luglio 1934 sotto i colpi e le torture delle SS nel campo di concentramento di Oranienburg.
7 Pëtr Kropotkin, L’action, in Le Révolté (Ginevra), 2° anno, n. 22, 25 dicembre 1880
8 De Arbeidersraad, Verklaring, Amsterdam, 2 ottobre 1933
9 Anton Pannekoek, Persmateriaal Internationale Communisten (PIC) n°7, marzo 1933. Questi due articoli sono stati tradotti dall’olandese in Echanges n°90, Parigi, primavera-estate 1999, pp. 61-65.
10 I disoccupati di Amsterdam erano uno dei gruppi più determinati dei Paesi Bassi. Le lunghe code quotidiane davanti agli uffici di registrazione obbligatoria favorivano le discussioni e la diffusione della stampa rivoluzionaria. Il movimento dei disoccupati sfociò in una rivolta nel luglio del 1934, quando il governo conservatore di Hendricus Colijn decise di ridurre i sussidi destinati a loro. Il 4 luglio, gli operai del quartiere Jordaan di Amsterdam manifestarono spontaneamente, senza istruzioni da parte di partiti o sindacati, contro le misure governative. In questo quartiere, come nel “quartiere indonesiano”, gli insorti opposero una forte resistenza agli attacchi della polizia, sia motorizzata che a cavallo. Le strade furono presto coperte di barricate e rimasero in mano agli insorti. Il giorno dopo, l’esercito riprese il quartiere con carri armati e mitragliatrici, causando sette morti e oltre duecento feriti. Forte della sua vittoria, il governo olandese vietò in seguito ogni manifestazione e ogni riunione. Nonostante si fosse dissociato dalla lotta dei disoccupati di Jordaan, considerandola solo “saccheggi e provocazioni”, il giornale del Partito Comunista (CPN), De Tribune, fu messo al bando.
11 Michel Bakunin, Étatisme et anarchie (1873), Œuvres complètes, ed. Champ Libre (Parigi), 1976, vol. IV, p. 223.
12 Marinus van der Lubbe, prolétaire ou provocateur ? brochure-manifeste du Comité hollandais pour la défense et la réhabilitation de M. Van der Lubbe, ed. du Semeur (Falaise), ottobre 1933, p.12.
13 Lettera di Prudhommeaux a Rüdiger del 10 novembre 1959, in Nico Jassies, Marinus van der Lubbe et l’incendie du Reichstag, ed. Antisociales (Parigi), novembre 2004, p. 157. Vedi anche André Prudhommeaux, L’ordre règne en Allemagne. Le bilan de douze ans de « bolchevisation » du prolétariat allemand, due articoli tratti da Libertaire (marzo 1933) ripubblicati in Agone n°35-36, Marsiglia, 2006, pp. 283-297
14 Marinus van der Lubbe, Carnets de route de l’incendiaire du Reichstag, C. Reeve e Y. Pagès (a cura di), ed. Verticales/Le Seuil (Parigi), marzo 2003, p. 285.
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PDF: Sí, il Reichstag brucia! L’atto individuale di Marinus Van der Lubbe – 27 febbraio1933 –
[Ricevuto via e-mail e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/02/25/27-febbraio-1933-si-il-reichstag-brucia-latto-individuale-di-marinus-van-der-lubbe/]
