È stato pubblicato “La società industriale e il suo futuro” di Theodore J. Kaczynski (Edizioni Acrati, 2023)

È stato pubblicato “La società industriale e il suo futuro” di Theodore J. Kaczynski (Edizioni Acrati, 2023)

Dalla quarta di copertina:

Nel giugno 1995 alle sedi del Washington Post e del New York Times giunge un dattiloscritto a firma Freedom Club; è accompagnato da una richiesta particolare: in caso di pubblicazione FC interromperà gli attentati esplosivi che dal maggio 1978 si susseguono senza precisa rivendicazione, colpendo personalità coinvolte nello sviluppo tecnologico e nella devastazione ambientale. Quel dattiloscritto è /La società industriale e il suo futuro/ e la responsabilità materiale delle azioni e della sua stesura fu assunta poi da Theodore Kaczynski.
Nella società contemporanea non c’è nulla di più mutevole e capace di trasformare la realtà che ci circonda della tecnologia. Nonostante gli anni questo testo rimane ancora capace di cogliere gli aspetti centrali del fenomeno tecnologico. Una chiave di lettura che rimane valida nell’innovazione di un mondo che muta incessantemente.

Dalla postfazione:

Nella società contemporanea non c’è nulla di più mutevole e capace di trasformare la realtà della tecnologia. L’innovazione continua rende spesso difficile l’analisi di un mondo che ci sembra cambiare rapidamente. Così pure in questa stessa società nulla è altrettanto capace di lasciare i rapporti di sfruttamento immutabili e salvaguardati della tecnologia.
Esistono pochi testi sull’argomento in grado di rimanere validi col passare del tempo e fare da bussola. La società industriale e il suo futuro è fra questi. Dopo tanti anni dalla sua uscita – e a ben più dalle prime azioni del Freedom Club che ne hanno segnato la genesi¹ – questo testo, che ormai può essere definito un classico del pensiero radicale, rimane a tutt’oggi capace di cogliere gli aspetti centrali del fenomeno tecnologico e di trasmetterli in modo chiaro, illustrando cos’è e come funziona la tecnologia, intesa come fenomeno sociale e non come semplice insieme di singoli dispositivi.
La premessa da cui esso parte nel trattare la questione tecnologica è radicale e anarchica. L’accumulazione e l’organizzazione di mezzi tecnici messe in atto dallo Stato e dalle grandi organizzazioni del potere economico (aziende, multinazionali, agenzie internazionali, ecc.), ovvero la tecnologia, è una forza antitetica alla libertà. Chi detiene il potere fornisce ai sottoposti gli strumenti per soddisfare i loro bisogni e col pretesto di semplificarne e migliorarne la vita li priva della libertà di far da sé, di essere autonomi e autosufficienti, creando un vincolo di dipendenza, un’accumulazione di potere impossibile da invertire. Una tale accumulazione è insita in qualsiasi rapporto sociale che potremmo definire come “tecnologicamente mediato”. Tanto più spazio sociale guadagna infatti la tecnologia, ovvero più avrà centralità nel plasmare il mondo in cui viviamo e risolvere i suoi problemi, tanto più essa tenderà a produrre disparità. Parlare dunque di una corretta gestione del fenomeno diventa impossibile. Prendiamo ad esempio la rete internet, pensiamo agli innumerevoli servizi e possibilità che offre all’essere umano oggi, come l’amplificazione della comunicazione, l’immagazzinamento e la condivisione di informazioni in una mole mai viste prima, la sperimentazione di nuove dinamiche relazionali; e pensiamo poi al prezzo che paghiamo per avere tutto ciò: nessun individuo o piccola comunità sarebbero da soli in grado di attrezzare, gestire e controllare l’intero processo di sviluppo e materializzazione di questa tecnologia, quantomeno nelle forme odierne e per come la conosciamo
oggi. La delega è data a gruppi di potere in grado di mobilitare e coordinare l’impiego di ampie risorse, una “megamacchina”, direbbe Mumford, di cui l’individuo è un ingranaggio, che subisce sfruttamento e sofferenza in misura proporzionale alla posizione gerarchica che ricopre.
Una megamacchina a cui qualcuno potrebbe dire di aver delegato di buon grado la soddisfazione dei propri bisogni. Ma di quali bisogni parliamo? Le nuove possibilità e comfort sono davvero tali, o sono il prodotto di bisogni indotti, che in un mondo diverso non ci apparterrebbero affatto? In parte è sicuramente così, non possiamo fare a meno della tecnologia per soddisfare bisogni che essa stessa crea. Per quanto il discorso sia assai semplificato, nella logica che sottende esiste una verità, la tecnologia crea vincoli di dipendenza tanto materiale quanto culturale. Nella critica alla tecnologia esiste dunque un discorso sul potere e uno sull’alienazione, entrambi da tenere a mente per cogliere la natura di ciò di cui stiamo discutendo.
Ragionare sulla tecnologia in termini di opposizione alla libertà impone altresì il definire cosa sia quest’ultima. Una domanda dalla risposta forse impossibile, ma che vale la pena porsi se ci aiuta a ragionare sulla realtà. Kaczynski fornisce una risposta tanto semplice quanto utile e illuminante. La libertà è poter fare, poter controllare gli avvenimenti delle proprie vite. Tanto maggiore è il potere strutturato che si oppone a questa possibilità, che istruisce, irregimenta e prescrive il possibile, tanto minore sarà la libertà fruibile. Il problema strutturale della nostra società non è dunque lo sfruttamento o l’assenza di diritti, ma la mancanza di libertà, tutto è ricondotto a questo, una semplice questione di potere. Quel potere di cui l’individuo si deve riappropriare, dissipandolo, ovvero distruggendo i presupposti che ne rendono possibile la concentrazione esclusiva nelle mani di altri a suo discapito, e lasciando che il potere stesso si liberi e sia potenzialmente alla portata di chiunque.
Ma come fare a espropriare potere e dissiparlo allo stesso tempo? Farlo materialmente e non politicamente. L’azione liberatrice è innanzitutto opera distruttiva, avente per oggetto ciò che di fatto consente la riproduzione sociale: lo sviluppo tecnologico è l’oggetto dell’attacco. È necessario che la lotta miri a creare le condizioni materiali per cui qualsiasi aggregato umano futuro debba ripensarsi in modo necessariamente diverso. Tolta di mezzo la tecnologia, direbbe Kaczynski, il più è fatto e le società umane faranno da sé e troveranno per forza di cose il modo di autodeterminarsi. Una simile affermazione potrà apparire limitata, ma nel vuoto di prospettiva che lascia dichiara implicitamente un programma anarchico: assenza di un modello sociale alternativo prefissato, assenza di una proposta politica, incentrare tutta la propria analisi sulla critica e sull’opera distruttiva, creare le precondizioni per un massimo potere di autodeterminazione ai singoli. Ciò a sua volta presuppone che il modello della futura società non potrà esprimersi che nella pratica, nel metodo con cui la lotta verrà condotta, solo così l’opera di dissipazione del potere di cui si parlava poco sopra potrà aver luogo.
Vale la pena interrogarsi di questi tempi su certi temi, perché il futuro prospettato da folli del calibro di Kaczynski si sta realizzando. Da una parte abbiamo le conseguenze del dominio capitalista su questa Terra, dall’altra l’ipoteca che lo stesso capitalismo, mediante la gestione delle sue catastrofi, sta mettendo sul nostro futuro. Il capitalismo industriale sta affrontando contraddizioni di proporzioni gradualmente crescenti, per far fronte alle quali necessita di corpi e territori ingegnerizzati, adeguati alle nocività prodotte, resilienti come si suol dire oggi, introducendo così modifiche irreversibili. Questa modalità di gestione della catastrofe ha l’unico limite nelle tecnologie che il sistema capitalista sarà in grado di mettere in campo. In poche parole che il capitalismo possa riuscire a gestire efficacemente le sue stesse crisi è una possibilità tutt’altro che peregrina. La domanda da porsi è però: a che prezzo ciò avverà? La risposta è nota e non proprio confortante, visto che chi si dovrà adeguare saremo noi e che, come al solito non si tratterà di scegliere. Esiste però un’alternativa, mettere in discussione il modello di progresso tecnologico-industriale che ci ha portato al punto in cui siamo adesso, sfiduciare la tecnologia, attaccare e scontrarsi contro chi propone una maggiore presenza tecnologica per risolvere i problemi che la tecnologia stessa ha prodotto.
Questa postfazione potrebbe dilungarsi nell’evidenziare i limiti analitici del testo in questione: una lettura riduttiva dei movimenti politici e sociali, l’assenza di analisi sulle interconnessioni fra tecnologia e altre forme di potere basate sul genere e la razza, le semplificazioni storiche, l’abbandono completo di una prospettiva di classe, ma non verrà fatto. Benché in molti abbiano definito questo testo come un manifesto, sia chiaro, per chi ha deciso di pubblicarlo non lo è affatto. Esso contiene semmai un’analisi azzeccata e attuale, capace di chiarire le motivazioni di un’opposizione anarchica alla tecnologia, anche se forse l’autore in questo appellativo non si sarebbe forse riconosciuto. La consapevolezza di tali anarchiche motivazioni è però l’unica possibilità per andare al cuore dei problemi, proponendo quello che oggi manca a chi va opponendosi a questo mondo nocivo: un’analisi radicale da opporre al dilagante sbrodolìo intellettuale e al generale sconvolgimento ideologico. Ecco perché, al di là di ogni possibile critica, è necessario che un simile testo continui a circolare ed essere discusso.
Mentre viene ultimata questa postfazione arriva la notizia della morte di Ted Kaczynski, autore rivendicato del testo in questione. Non c’è da dilungarsi troppo sulla sua vita, non è per chi scrive un icona, né un eroe, né la presente riedizione è stata approntata per elogiarne la figura. Due parole però salgono dalla pancia pensando a lui. A sua detta, dopo aver scelto una vita nei boschi lontano dalla civiltà tecnologica-industriale si rese conto, quando anche nella foresta dove viveva iniziarono a costruire nuove strade, che la fuga a ben poco serviva. Decise allora che l’azione doveva affiancarsi alla vita ritirata che aveva voluto. Proprio per questa scelta Ted Kaczynski è morto a 81 anni, avendone passati gli ultimi ventisette sequestrato in una prigione di massima sicurezza negli Stati Uniti. Per difendere ciò che amava e chiedere conto a suo modo agli assassini dei suoi sogni, ha messo in palio ciò che probabilmente più gli stava a cuore, la libertà. Far sì che le sue parole continuino ad essere una minaccia è il minimo per non darla vinta a chi lo voleva sepolto vivo.

Bologna, giugno 2023

¹Le azioni esplosive, cominciate nel 1978 e indirizzate a strutture e persone coinvolte nello svi luppo tecnologico e nella distruzione ambientale, sono state rivendicate da Theodore John Kaczynski, condannato nel 1998 all’ergastolo. Il dattiloscritto dal titolo “La società industriale e il suo futuro”, a firma Freedom Club, fu inviato al New York Times e al Washington Post con la richiesta di pubblicazione integrale; in caso contrario Freedoom Club avrebbe continuato con gli attacchi.

 

Per info e copie: acrati@autistici.org

 

[Ricevuto via e-mail e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2024/03/04/e-stato-pubblicato-la-societa-industriale-e-il-suo-futuro-di-theodore-j-kaczynski-edizioni-acrati-2023/]