Sulla repressione a seguito del triplice attacco coordinato contro le abitazioni di esponenti del partito di governo Nea Dīmokratia, sulla riapertura del cosiddetto caso Marfin e oltre
All’alba del primo luglio 2026, a Salonicco, sono stati compiuti tre attacchi coordinati esplosivo-incendiari presso le abitazioni di tre esponenti di Nea Dīmokratia, il partito attualmente al governo in Grecia.
Il primo è avvenuto a Pylaia, dove è stato preso di mira l’edificio di Zisis Ioakimovic, presidente del comitato esecutivo di Nea Dīmokratia di Salonicco. Il secondo è avvenuto a Toumpa, dove è stata colpita l’abitazione di Savvas Anastasiadis, ex deputato di Nea Dīmokratia. Il terzo è avvenuto a Charilaou, contro l’abitazione della ex candidata parlamentare di Nea Dīmokratia Afroditi Nestora. Vagia Nestora, madre di quest’ultima, è morta in ospedale a causa delle gravi ustioni riportate. Altre quattro o cinque persone sono rimaste ferite a seguito di ustioni e inalazione di fumo, tra cui la stessa Afroditi Nestora e suo padre.
Attualmente non è stato diffuso alcun comunicato di rivendicazione.
A questa azione e alla morte che ne è conseguita, è seguito un attacco repressivo da parte del governo e dei media che, oltre a colpire i sospettati dell’azione, ha sfruttato l’onda emotiva generata da questo evento per riaprire il cosiddetto caso Marfin. Quest’ultimo fa riferimento agli eventi del 5 maggio 2010 quando, nel corso di una delle violente proteste di quel periodo contro le misure di austerità imposte agli oppressi, alcuni manifestanti decisero di attaccare la banca Marfin di Atene. La banca fu incendiata. Nell’incendio persero la vita tre lavoratori che, nonostante lo sciopero generale, erano stati costretti dal dirigente della banca a rimanere sul posto di lavoro sotto minaccia di licenziamento. In seguito, emerse che l’edificio non era dotato di alcun presidio antincendio e che le sue entrate erano state sbarrate, le porte erano state chiuse a chiave in vista delle proteste e i lavoratori erano di fatto intrappolati dentro senza possibilità di uscita. All’epoca, tre persone furono accusate di aver incendiato l’edificio e incarcerate per un periodo compreso tra i 3 e i 5 anni, accuse che però caddero in sede processuale.
Attualmente, risulta che ad Atene, Salonicco e Chania siano state condotte operazioni repressive che hanno portato all’arresto di cinque persone e all’emissione di un mandato di cattura per un’altra. I due arrestati ad Atene sono accusati di aver preso parte all’incendio della banca Marfin nel 2010, mentre gli altri tre sono accusati dell’attacco avvenuto presso l’abitazione di Afroditi Nestora.
Di seguito, riportiamo le traduzioni in lingua italiana di un recente comunicato di solidarietà apparso in rete e di un manifesto solidale affisso a Salonicco. Per contestualizzare gli eventi del maggio 2010, ripubblichiamo un testo presente nel nostro archivio, risalente a pochi giorni dopo i fatti della banca Marfin e a firma “Cospirazione delle Cellule di Fuoco/Gruppo Guerriglieri Terroristi/Fazione Nichilista”. A titolo puramente esemplificativo delle varie prese di posizione che portarono alla condanna dei dirigenti della Marfin persino da parte della giustizia borghese, aggiungiamo la traduzione in italiano di una lettera di un dipendente della banca, diffusa la sera stessa, subito dopo la morte dei tre impiegati. In calce, alcune immagini tratte dai media mainstream inerenti il triplice attacco coordinato del primo luglio 2026 a Saloncco.
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La trappola dello Stato è destinata a fallire: giù le mani dai nostri compagni!
Il 5 maggio 2010 è rimasto impresso nella memoria della società greca come una giornata di diffusa rivolta sociale, un giorno che ha visto una vasta ondata di resistenza e rifiuto nei confronti del regime di austerità imposto tramite i memorandum. I vertici politici ed economici, lo Stato e il capitale stanno cercando di seppellire e cancellare questa giornata dalla memoria storica del movimento.
Sedici anni dopo, la cricca statale impenitente sta rispolverando un caso archiviato, che si era concluso con la condanna dei datori di lavoro, e sta dando il via all’ennesima caccia alle streghe. Sfruttando in modo selettivo e ipocrita le circostanze attuali, sulla scia dei recenti sviluppi di Salonicco, stanno tentando di equiparare eventi non collegati tra loro e distanziati di sedici anni, accomunati solo dal loro legame con l’attività anarchica.
Così, il 10 luglio è iniziato l’ennesimo pogrom, con irruzioni nelle abitazioni dei compagni e l’arresto di due di loro. È stato inoltre emesso un mandato di arresto nei confronti di un’altra persona che vive all’estero da anni. Stanno riesumando la narrativa del terrorismo nel tentativo di cambiare l’agenda, mentre il governo discute di elezioni anticipate per distrarre l’opinione pubblica.
Parlano del valore della vita umana. Ma tutte le vite hanno lo stesso valore?
Nel frattempo, è stata dichiarata la morte cerebrale di un ventenne, ferito dalla polizia greca durante un inseguimento, e undici lavoratori sono ricoverati in ospedale con gravi ustioni, tre dei quali intubati, a causa di un’esplosione in uno stabilimento industriale ad Aspropyrgos. Uno di loro è poi deceduto. Altri due episodi di una guerra sociale e di classe in atto. Altre due voci nel lungo elenco delle violenze commesse dallo Stato e dai padroni.
La violenza sproporzionata di un sistema che, per quanto affermi di difendere la vita, è in realtà la forza che storicamente ha diffuso esclusione ed emarginazione, privazioni e povertà, miseria e sfruttamento, migrazione e sfollamento, guerra e morte.
E la verità è che, guardando indietro, il bilancio è cupo: le cinque lavoratrici uccise nello stabilimento di biscotti Violanta nel gennaio 2026, le 57 persone uccise nel disastro ferroviario di Tempi nel 2023, le oltre 500 persone — quante esattamente e chi erano? — morte nel naufragio di Pylos nel 2023, e le centinaia di vittime di incidenti sul lavoro solo nell’ultimo anno. E se allarghiamo lo sguardo, l’elenco è altrettanto insostenibile… Come si possono compensare le migliaia di vittime del genocidio in corso in Palestina e le vittime delle guerre che, ancora una volta, insanguinano i territori dei nostri vicini? Non è possibile. Non ci abitueremo mai alla morte.
Per quante lacrime di coccodrillo possano versare, non potranno lavare via il sangue dei loro crimini. Non importa quanti arresti, montature, atti di tortura e casi di vendetta di Stato scatenino contro il movimento e chi lotta. La vita e la resistenza continueranno a pulsare attraverso le lotte sociali e di classe di ogni epoca e su ogni fronte. È grazie a queste lotte che la società rimane viva, tenendo alta la testa contro questa distopia.
Per giorni abbiamo ascoltato la loro versione dei fatti. Ora tocca a noi. Contro il monologo della propaganda di Stato e le calunnie diffuse dai suoi informatori, siamo noi quelli che possono parlare della storia politica dei nostri compagni. Una storia costellata di lotte collettive e azioni altruistiche volte a sovvertire la barbarie dello Stato capitalista: dalle proteste degli studenti contro la “legge Arsenis” sulle riforme scolastiche del 1996-1997, alle mobilitazioni contro la guerra in Iraq del 2003, al movimento studentesco del 2006-2007, ai progetti di occupazione e all’attività politica nei quartieri, alle lotte in difesa dell’ambiente, all’organizzazione sindacale e alle rivendicazioni dei lavoratori. Apparteniamo alla stessa generazione politica. Siamo cresciuti insieme e non abbiamo mai voluto diventare capi, “ragazzi d’oro” o funzionari di partito.
Non abbiamo mai accettato, nemmeno per un istante, una vita di austerità imposta a chi si trova ai gradini più bassi della scala sociale, affinché pochi privilegiati potessero arricchirsi. In questo percorso, abbiamo camminato fianco a fianco innumerevoli volte. Uno di quei momenti è stata la rivolta di massa di mezzo milione di manifestanti nel centro di Atene, il 5 maggio 2010, contro l’imposizione dei memorandum di austerità antisociale.
Siamo irriducibilmente al fianco dei nostri amici e compagni, persone con nomi, storie, vite e sogni, compagni inestimabili nel nostro percorso. Vite ispirate ai valori della solidarietà, della resistenza e dell’auto-organizzazione di cui andiamo fieri, proprio come siamo fieri dei nostri compagni. L’integrità, lo spirito combattivo e l’impegno politico della nostra gente sono in assoluta contraddizione con le accuse mosse loro, accuse legate all’indifferenza verso il valore della vita umana.
Coloro che hanno osato perseguitare e terrorizzare le famiglie dei nostri compagni ne pagheranno le conseguenze. I corrotti apparati governativi e mediatici che tentano di costruire la loro agenda pre-elettorale di “legge e ordine” sulle vite dei nostri compagni e sulla criminalizzazione di un intero movimento di resistenza saranno sconfitti.
Apparteniamo a un movimento che ha pagato a caro prezzo la scelta di perseverare, resistere, lottare e combattere: detenzioni preventive arbitrarie della durata di diciotto mesi, anni di persecuzioni giudiziarie e incarcerazioni, torture e repressione, e persino il sangue dei nostri stessi compagni. Il nostro conto con il sistema dell’ingiustizia e della barbarie rimane aperto.
Eravamo, siamo e continueremo a essere un’enorme spina nel fianco di ogni forma di potere.
SOLO CHI RESISTE, LOTTA E COMBATTE PUÒ SPERARE.
[Pubblicato in greco in https://athens.indymedia.org/post/1641975/ | Pubblicato in inglese in https://actforfree.noblogs.org/2026/07/22/the-states-frame-up-will-fail-hands-off-our-comrades-greece/ | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/17/sulla-repressione-a-seguito-del-triplice-attacco-coordinato-contro-le-abitazioni-di-esponenti-del-partito-di-governo-nea-dimokratia-sulla-riapertura-del-cosiddetto-caso-marfin-e-oltre/]
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[Manifesto affisso a Salonicco]
Voi che giudicate in base ai telegiornali;
voi che portate armi legalmente e
sparate dritto alla testa,
voi che traete profitto dalla
morte per il vostro futuro elettorale,
ascoltate bene:
Se sono “innocenti”, hanno tutta la nostra solidarietà.
Se sono “colpevoli”, ne hanno ancora di più.
Perché alcune di noi muoiono
senza nome nelle vostre fabbriche,
perché alcuni di noi salgono
sul treno e non fanno più ritorno;
perché coloro che ci uccidono
sorridendo, hanno la sfacciataggine
di parlare di morale.
LIBERTÀ PER I COMPAGNI PRIGIONIERI A SALONICCO E ATENE!
INDIETRO LE SPIE, AVANTI I COMPAGNI!
[Pubblicato in greco in https://athens.indymedia.org/post/1642050/ | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/17/sulla-repressione-a-seguito-del-triplice-attacco-coordinato-contro-le-abitazioni-di-esponenti-del-partito-di-governo-nea-dimokratia-sulla-riapertura-del-cosiddetto-caso-marfin-e-oltre/]
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Cospirazione delle Cellule di Fuoco: “E la morte non avrà più alcun potere”. Contributo in merito ai fatti del 5 maggio 2010
E la morte non avrà più alcun potere…
Negli incidenti del 5 maggio, relativi all’incendio della banca Marfin, morirono tre dipendenti e migliaia di verità furono “carbonizzate”.
L’atmosfera soffocante della straziante ipocrisia della propaganda e l’usurato umanitarismo moralista delle Cassandre del movimento radicale ci costringono a prendere pubblicamente posizione su questi avvenimenti. Ciò non significa che parliamo da “specialisti” della violenza o che ci autoproclamiamo accusatori o difensori delle persone che hanno attaccato l’edificio della banca.
Riteniamo però che sia necessario dire e mettere in ordine alcune cose. A nostro avviso, per farlo non è necessaria né la presenza esperienziale né la conoscenza diretta di ciò che accadde quel giorno in quel luogo. Ciò che serve è un atteggiamento serio e responsabile, accompagnato dall’esame e dalla (auto)critica di un fatto concreto: la morte di tre dipendenti che non erano l’obiettivo della violenza rivoluzionaria.
Il nichilismo rivoluzionario che esprimiamo implica un pensiero e una pratica raffinati, costruiti lontano tanto dalle dimostrazioni di falso cinismo («e allora? Erano dipendenti di banca, è bene che siano bruciati…») – quanto dai piagnistei ipocriti che cercano colpevoli a cui addossare le responsabilità, proclamandosi infallibili rivoluzionari umanisti.
Ma cominciamo dall’inizio…
Nella metropoli e nella parodia della vita che conduciamo, la morte non è altro che un’altra notizia, un’informazione distante fra tante altre, una colonna di giornale, un’altra statistica.
Ogni giorno le persone muoiono negli ospedali per malattia, sulle strade a causa di incidenti, nei luoghi di lavoro, sotto i ponti a causa della droga. E vogliono insegnarci a essere immuni a queste numerose morti anonime.
Perché sono solo semplici numeri: «tre morti in un incidente stradale, due morti per stupefacenti». Non “vendono” sui media, non vengono proiettate nella confezione apparentemente umanitaria, dunque non convincono.Sono morti che, in una parola, non giovano al sistema. Tutti i boia televisivi, dai più conservatori ai più sovversivi, che si dichiararono presumibilmente sconvolti dalle tre morti della Marfin, non sarebbero in grado di affrontare, nemmeno per un minuto, con lo stesso atteggiamento, tutte le morti anonime provocate dal sistema al quale servono fedelmente. La verità è che, sulla base dei fatti del 5 maggio, è stato messo in piedi uno sciacallaggio osceno sui morti e un potente commercio delle emozioni al servizio degli interessi del sistema.
Danno collaterale e sciacallaggio emotivo sui morti
Di fronte all’imminente crisi sociale, lo spettacolo della morte provocò un cortocircuito. Le manifestazioni “indietreggiarono”, i sondaggi dell’opinione pubblica si schierarono contro le manifestazioni e gli scioperi che seguirono, il Primo Ministro depose dei fiori in diretta televisiva, la polizia fece irruzione nel centro sociale “Zaimi” e nel “Centro Immigrati” di Exarchia, i giornali titolarono in prima pagina “murderers-hooded ones”, i fascisti convocarono un raduno davanti alla banca: la situazione arrivò al punto che alcuni clown anarchici da vignetta si dissociarono pubblicamente da simili “bande” e dal “nichilismo individualista”, dal pensiero “caotico-confusionista” e dagli “stupidi assassini”.
Ma al di là della propaganda e delle sue tecniche, il fatto resta un fatto. Tre dipendenti di banca, che non erano obiettivi dell’attacco, morirono durante l’incendio della banca in cui lavoravano. Ora spetta a noi non cadere nella trappola delle statistiche o della manipolazione emotiva. Certamente non useremo il linguaggio del “momento sbagliato” e del “danno collaterale”. Questo è il linguaggio del nemico e richiama alla memoria la retorica dell’esercito americano e dei suoi generali durante la guerra in Afghanistan. D’altra parte, non faremo finta di commemorare la morte di tre persone che, per quanto dolorosa sia stata per le loro famiglie, sarebbe solo una sterile notizia giornalistica se non fosse il risultato, in quel determinato luogo e momento, di una pratica rivoluzionaria.
In poche parole, non rivendicheremo alcuno spazio sentimentale nella “sfera dello spettacolo”, fingendo di essere sconvolti da un delirio umanitario istigato dalla televisione, che ha ridotto in schiavitù molte persone all’interno del movimento radicale. No, non agiamo come i “duri e puri devoti esclusivamente alla causa”, ma riteniamo che se queste tre morti fossero avvenute come “incidente” in un incidente stradale, in pochi ne avrebbero saputo qualcosa, persino come notizia. Non è dunque il triste fatto della morte ad aver agito da catalizzatore nell’innescare un’atmosfera di stordimento e imbarazzo, ma la causa da cui essa è scaturita. Evitando qualsiasi sciacallaggio emotivo sui morti, dobbiamo abbassare la testa e riflettere per affrontare il problema alla sua radice.
È vero che, se si vuole cercare dei feroci assassini, bisogna guardare tra le fila di Vgenopoulos (il proprietario della banca) e dei suoi simili. La sua amministrazione e il suo ordine, insieme all’accettazione da parte del personale, hanno portato a lavorare in una banca apparentemente chiusa, senza protezione antincendio e con porte chiuse a chiave. Bastardi come Vgenopoulos sono gli istigatori della morte fisica e mentale di decine di lavoratori, sia per gli incidenti sul lavoro che per l’umiliazione quotidiana e le condizioni dei contratti di lavoro che impongono la disciplina.
Tenendo a mente questo, possiamo ora affrontare le nostre stesse insufficienze, carenze, errori e negligenze e uscire da un modo di pensare unilaterale che vuole attribuire ai padroni ogni colpa, un modo di pensare che, sebbene possa sollevarci, non ci fa evolvere.
Di chi è dunque la colpa per la morte dei tre dipendenti della banca?
La pratica rivoluzionaria del “mordi e fuggi”
Parliamo ora di opzioni, strategie e abitudini. Innanzitutto, in Grecia, durante le grandi manifestazioni, da decenni il “mordi e fuggi” è pratica ben nota. Si tratta della formazione di piccoli gruppi combattenti di antiautoritari militanti che si separano dal corpo principale dei manifestanti e attaccano a sorpresa obiettivi prestabiliti, come banche, mezzi d’informazione, polizia antisommossa, per poi rientrare nella massa dei manifestanti, colpire nuovamente o scomparire.
Per quanto riguarda la dimensione politica di questa pratica, è importante sottolineare che questo metodo non appartiene esclusivamente a una particolare corrente degli anarchici. Gli anarchici “sociali”, soprattutto in passato quando costituivano una componente più potente, hanno applicato il “mordi e fuggi” con l’obiettivo di deviare la manifestazione e diffondere il conflitto. Secondo loro, in questo modo agiscono da detonatore dell’esplosione sociale e contribuiscono all’inasprimento della lotta sociale.
La corrente intermedia insurrezionalista ha ereditato la pratica del “mordi e fuggi”, l’ha sottoposta a una continua trasformazione organizzativa e si concentra soprattutto sull’esperienza del conflitto e sulle relazioni di solidarietà, auto-organizzazione e superamento dei ruoli che si sviluppano al di fuori degli stereotipi dominanti. L’elemento comune a entrambe le correnti è l’identificazione delle manifestazioni organizzate come momenti della lotta sociale che tanto gli “anarchici sociali” quanto gli insurrezionalisti promuovono attraverso la loro presenza e la loro azione all’interno delle manifestazioni.
La nuova corrente anarchica individualista-nichilista, che abbiamo definito il terzo polo, elabora una nuova concezione della lotta sociale e delle manifestazioni. Nella massa di decine di migliaia di persone che affluiscono alle manifestazioni dei lavoratori, non riconosciamo necessariamente persone che condividono il nostro stesso codice di valori o che parlano il linguaggio della liberazione. La mobilitazione sociale è un miscuglio di incoerenze e comportamenti che abbraccia tutti gli aspetti del pensiero umano: dal conservatorismo contadino al patriottismo di sinistra, alle alternative, al riformismo, fino all’anarchia.
Le manifestazioni sono la somma di migliaia di individui con percorsi differenti, talvolta persino ostili gli uni agli altri, ma uniti da una rivendicazione corporativa, come le leggi sulle assicurazioni. La stragrande maggioranza dei partecipanti a queste manifestazioni chiede di tornare alla vecchia quotidianità, prima che venisse approvata la legislazione che ha leso i loro diritti, oppure, nella versione più di sinistra, chiede di migliorare la situazione attraverso soluzioni più progressiste e umanitarie, entro i limiti del capitalismo o dello statalismo comunista. Non è un caso che i principali slogan delle manifestazioni chiedano l’applicazione di leggi giuste contro i provvedimenti incostituzionali del governo.
Persino la deviazione violenta di un’intera manifestazione è spesso un concentrato di contraddizioni. Durante l’aggressivo assedio al Parlamento del 5 maggio, alcuni manifestanti cantavano l’inno nazionale, altri lanciavano pietre, altri ancora invitavano la polizia antisommossa a unirsi a loro, il Partito Comunista indicava i provocatori, altri gridavano contro chi rompeva le banche e altri li applaudivano, mentre gli anarchici erigevano barricate. Un pantheon di tutti i comportamenti, con migliaia di ripetizioni degli ultimi trent’anni.
Avanguardia rivoluzionaria e militarismo rivoluzionario
Noi e la nostra concezione non rappresentiamo un’avanguardia rivoluzionaria illuminata né una cricca elitaria. Ognuno di noi ha assaggiato le contraddizioni, vi si è rotolato dentro e vi ha partecipato fino a quando il bisogno di sviluppo personale e spirituale, le esperienze diverse, le discussioni e le osservazioni collettive, alcune pagine interessanti di libri e manuali, il pensiero individuale e il desiderio di spingere oltre l’azione rivoluzionaria hanno imposto una riflessione sulla nostra partecipazione alle manifestazioni. Per lo spazio di pensiero e azione che esprimiamo, non ci accontentiamo più che i conflitti semplicemente scoppiino.
Crediamo nelle strutture organizzate d’impatto e in posizioni chiaramente rivoluzionarie, dotate di memoria nel presente e in prospettiva. Non c’è alcuna relazione tra l’anarchico mascherato che “spacca e brucia” perché rifiuta gli avanzi che gli vengono concessi come vita, la cultura dello spettacolo, il valore del denaro e una coscienza sottomessa, e il lavoratore “arrabbiato” che, solo quando avverte un intorpidimento nel proprio portafoglio, alza la testa per un breve momento. È la stessa persona che, prima, quando si sentiva a proprio agio nella normalità, era infastidita dai “provocatori”.
Esiste un enorme divario di valori che nessuna violenza e nessun momento di conflitto potranno colmare, se non vi sono consapevolezza essenziale e conoscenza di sé. In questa direzione della coscienza rivoluzionaria, consideriamo contributi i proclami, i testi, i libri, gli opuscoli, gli slogan sui muri e i manifesti. Questa è la nostra propaganda d’attacco teorica contro un sistema che deve morire.
E le manifestazioni? Anche le manifestazioni contribuiscono, ma dobbiamo guardarle da una nuova prospettiva. Nessuno nasce guerrigliero o rivoluzionario: si tratta di un processo progressivo di evoluzione attraverso il quale si definisce la propria vita senza compromessi.
Le manifestazioni, come quella del 5 maggio, sono il necessario preludio, il luogo adatto per chi vuole entrare in contatto iniziale con la violenza rivoluzionaria. Attraverso di esse, la crescita del “mordi e fuggi” in condizioni sfavorevoli, con centinaia di poliziotti in città, rappresenta un’esperienza fondamentale per chi vuole affinare i propri strumenti teorici e pratici in vista della battaglia metropolitana. Questi sono i requisiti necessari per sviluppare altre forme d’azione della nuova guerriglia.
Il nostro obiettivo è organizzare il “militarismo rivoluzionario”. Si tratta di una concezione antigerarchica, senza leader, gradi e seguaci, che promuove la creazione di piccoli gruppi combattenti antiautoritari e flessibili, che mappino la città, gli obiettivi e le vie di fuga e che siano adeguatamente equipaggiati. Questi gruppi sviluppano relazioni con i rispettivi gruppi di affinità, sono aperti — con la necessaria cautela — a nuovi compagni, elaborano piani d’attacco e utilizzano le “manifestazioni per i diritti dei lavoratori” come cavallo di Troia delle campagne rivoluzionarie, senza diventare ostili.
Non si tratta dunque di partecipare o meno alle manifestazioni, ma di evolvere.
Siamo convinti che solo attraverso la dimensione organizzata della violenza rivoluzionaria si possano promuovere coerenza, continuità e severità che “impedirebbero” il ripetersi di “fallimenti” futuri con conseguenze tragiche come quella della Marfin. Questa è l’unica strada attraverso cui il nuovo movimento guerrigliero potrà diffondersi come concezione e pratica, provocando il caos nella sterile routine della noia organizzata.
Le spie e le conseguenze
Tutto questo è scritto come contributo a un campo dialettico di pensiero e azione tra correnti politiche differenti, e non per giustificare o coprire qualcosa. È risaputo che l’attacco specifico alla Marfin non recava un marchio ideologico preciso del pensiero e del contenuto politico delle persone che agirono in quel luogo. Sulla base dell’obiettivo — una filiale bancaria — chiunque, appartenente a qualsiasi corrente politica, anarchica e non solo, avrebbe potuto darle fuoco. Ma naturalmente è molto comodo per gli “squali delle assemblee” attribuire quanto accaduto alla nostra corrente politica.
Le dichiarazioni di fedeltà e i testi di missionariato umanitario diffusi da alcuni collettivi anarchici, insieme alla certezza accusatoria sull’origine degli “autori”, hanno definitivamente smentito gli argomenti politici sulla “corrente nichilista” che “parassita il movimento anarchico”. La loro natura pittoresca non ci disturba, ma quando certe persone arrivano al punto di indicare persone nelle assemblee e nei caffè solo per soddisfare le orecchie desiderose della polizia, allora tali individui saranno trattati per ciò che meritano: come spie, con le conseguenze che ne derivano.
Azione mirata e fallimenti autistici
Tornando al come e al perché del caso Marfin, indipendentemente dalla corrente anarchica che ciascuno sente di esprimere, sia a livello individuale che collettivo, dobbiamo riconoscere che i tre movimenti politici — “anarchici sociali”, “insurrezionalisti” e “individualisti-nichilisti” — hanno una caratteristica in comune: la chiara delimitazione dell’azione mirata, che include edifici governativi, forze dell’ordine e simboli della ricchezza.
I tre dipendenti che lavoravano il giorno dello sciopero non possono essere considerati né nemici né alleati. In nessun caso, quindi, possono essere considerati l’obiettivo dell’attacco.
Con quanto scritto, il nostro obiettivo non è abbellire la situazione né osservare la logica delle equidistanze. Per questo motivo, ai margini della delimitazione degli obiettivi, non dimentichiamo gli attacchi autistici contro obiettivi privi di significato, come fermate degli autobus, telefoni pubblici, chioschi e automobili prese a caso, ma siamo in grado di riconoscere che si tratta di un campione di irresponsabilità invalido che non ha mai influenzato sostanzialmente nulla.
Al contrario, l’edificio della Marfin, in piazza Korai, in quanto palazzo bancario, costituiva un ottimo obiettivo.
Non sappiamo esattamente cosa sia successo e cosa sia stato detto, ma conosciamo le debolezze croniche che, a nostro avviso, hanno contribuito al risultato. Ci riferiamo al feticismo della violenza disorganizzata e alla perdita d’importanza attribuita ai mezzi d’attacco.
Le armi scariche uccidono…
Per dirla in modo crudo, è solo una questione di fortuna che l’incidente alla Marfin non si sia verificato prima. Ogni ribelle dovrebbe sviluppare una relazione particolare di comprensione e percezione dei mezzi d’azione che utilizza. Tutti i mezzi d’azione, dalla pietra alla mitragliatrice, possono ritorcersi contro di noi con la stessa facilità. Per questo motivo si dice che le armi “scariche” uccidono più facilmente di quelle “cariche”.
Le armi “scariche” sono anche quei mezzi il cui possessore non è consapevole del loro utilizzo o della loro efficacia.
Così, con gli eventi della Marfin, alcuni “hanno scoperto l’America”. Eppure, per tanti anni, la situazione è stata simile. Quante volte, in passato, durante le manifestazioni o gli attacchi notturni, i compagni si sono feriti o ustionati con le bottiglie molotov perché erano costruite male o perché qualcuno si precipitava a colpire per primo. Quante volte le teste dei compagni sono state spaccate dalle pietre lanciate alle loro spalle da qualche altro “impaziente” senza nemmeno vedere il bersaglio? E quanti litigi tra anarchici durante le manifestazioni a causa di atteggiamenti e percezioni differenti!
Gli esempi sono innumerevoli. Tutti questi esempi implicano la stessa debolezza: lo scisma tra teoria e pratica, tra coscienza e azione.
La violenza rivoluzionaria appare come un feticcio, riproducendo spesso modelli di comportamento arrogante e dominatore, nonché ruoli e “specializzazioni”. Questa contraddizione comportamentale all’interno del movimento radicale funziona come una gerarchia di potere nella classificazione delle leadership informali.
Accanto a questo comportamento, però, esistono nuovi compagni che ereditano tali relazioni e, a loro volta, ma anche con la propria responsabilità individuale, le riproducono come una copia difettosa. La violenza, i mezzi, il loro utilizzo, la loro fabbricazione, le precauzioni, la sperimentazione e le tecniche non sono mai state messe sul tavolo delle procedure collettive per rimuovere il feticismo e permettere che la conoscenza e il possesso effettivo entrino in gioco. Era un privilegio dei più “iniziati”, che in questo modo “proteggevano” i propri “ranghi”. La violenza diventa così un gioco di adrenalina, una competizione informale per vedere chi ha “spaccato” di più.
Al contrario, riteniamo che sia la coscienza a spingerci a sviluppare le nostre capacità e conoscenze di combattimento, così da poter attaccare l’avversario.
«Durante l’addestramento, tutti i preparativi militari erano subordinati alla politica: quando maneggiavamo sostanze chimiche sensibili, ci veniva detto di pensare sempre all’ideologia e che così avremmo potuto fare tutto nel modo giusto.» (Ampimael Guzmán, organizzazione rivoluzionaria Sendero Luminoso).
Accanto al feticismo della violenza, si sviluppa una conoscenza imperfetta. Alcuni compagni ignorano l’efficacia e il pericolo dei mezzi di violenza e ne fanno un uso eccessivo, come durante le esercitazioni di combattimento scenico all’interno dei rifugi universitari o negli attacchi disorganizzati contro la polizia antisommossa a Exarchia, con decine di bottiglie molotov. In questi casi, l’unico risultato che si ottiene è quello di annerire l’asfalto, mentre se le stesse persone avessero discusso e fossero state organizzate, avrebbero potuto colpire la polizia e incendiare il furgone antisommossa.
Parte di questa tradizione di adorazione e, al contempo, di ignoranza nell’uso dei mezzi è anche la critica degli “esperti” statici della violenza. Si tratta di una rete di atteggiamenti sprezzantemente critici, provenienti dalla posizione sicura di chi non partecipa alla pratica rivoluzionaria, ma che si nascondono dietro la scusa della conoscenza dell’esperienza “più vecchia”, «quando le cose non erano come oggi, ma erano migliori». Logiche sospese che ostentano vecchie esperienze armate e violente e che, ogni volta, stabiliscono il corretto uso della violenza e il contenuto del movimento guerrigliero, si affannano a svalutare qualsiasi pensiero e pratica innovativi. Sindromi di un modo di pensare codardo e timido che ammira e apprezza ciò che è lontano, all’interno della sicura sfera dello storicismo, e dimostra un’arroganza cartacea verso ciò che cerca di accadere qui e ora.
In tutta questa confusione, le persone che hanno dato fuoco alla Marfin o non hanno visto le persone all’interno, dimostrando negligenza, e non è la prima volta che accade, come nell’attacco notturno organizzato contro la Banca Nazionale nel vicolo di via Panepistimiou, quattro anni fa, quando due o tre persone rimasero intrappolate sul tetto, o, cosa ancora peggiore, le hanno viste, ma non hanno creduto che potessero morire a causa di alcune bottiglie molotov.
Siamo convinti, senza conoscerli, che se qualcuno avesse dato loro una pistola, non avrebbero sparato contro i dipendenti. Quindi, non volevano ucciderli, anche se probabilmente circolavano voci ciniche che dicevano: «Lasciateli morire, sono impiegati di banca».
Se qualcosa ha portato agli eventi del 5 maggio, è l’ascesso di una tradizione dominante che ha covato per decenni all’interno del movimento radicale e ora, prima di tutto, ognuno deve rispondere a se stesso facendo autocritica. Gran parte di ciò che è scritto qui incontra la nostra stessa comprensione esperienziale e le nostre stesse carenze, non si tratta di sofismi provenienti da qualche “estraneo”.
Per questa ragione, la scintilla che ci stimola ulteriormente a riflettere e agire ci spinge verso la futura pubblicazione di un manifesto che esprima le posizioni e i valori della corrente del nichilismo, dell’anarchismo individualista e del terrorismo rivoluzionario che esprimiamo.
Allo stesso tempo, il recente comunicato di un «gruppo di compagni che hanno contribuito all’attività distruttiva nel centro della città durante la manifestazione del 5 maggio» dimostra che ogni esperienza che voglia definirsi rivoluzionaria dovrebbe dare la priorità alla creazione di spazi e momenti dedicati alla discussione e alla riflessione. I compagni, attraverso il loro testo, hanno lavorato direttamente al processo di riavvio di una dialettica rivoluzionaria sostanziale, indipendentemente dai disaccordi e dagli accordi.
Perché la scommessa della rivoluzione non si gioca né attraverso termini di superiorità militare né attraverso aforismi religiosi privi di contenuto politico. Il nuovo movimento della guerriglia urbana è un processo che “colpisce” innanzitutto il centro delle relazioni umane. Da lì comincia tutto.
Cospirazione delle Cellule di Fuoco
Gruppo Guerriglieri Terroristi
Fazione Nichilista
[Pubblicato in inglese il 10 luglio 2010 in https://actforfreedomnow.blogspot.com/2010/07/announcement-about-latest-events-on-5th.html | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2010/07/10/cospirazione-delle-cellule-di-fuoco-e-la-morte-non-avra-piu-alcun-potere-contributo-in-merito-ai-fatti-del-5-maggio-2010/]
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Dichiarazione di un lavoratore della Marfin Bank, diffusa la sera stessa dell’incendio della filiale di Atene, il 5 maggio 2010
Sento il dovere morale, nei confronti dei miei colleghi morti oggi in modo così ingiusto, di far sentire la mia voce e di dire alcune verità oggettive. Sto inviando questo messaggio a tutti i mezzi di comunicazione. Chiunque abbia ancora un briciolo di coscienza dovrebbe pubblicarlo. Gli altri possono continuare a stare al gioco del governo.
I vigili del fuoco non avevano mai rilasciato un’autorizzazione all’esercizio per l’edificio in questione. L’accordo per il suo funzionamento era sottobanco, come praticamente accade con tutte le attività commerciali e le aziende in Grecia.
L’edificio non dispone di alcun sistema antincendio, né progettato né installato: in altre parole, non ci sono sprinkler a soffitto, uscite di sicurezza o manichette antincendio. Ci sono solo alcuni estintori portatili che, ovviamente, non possono essere d’aiuto per domare un incendio di vaste proporzioni in un edificio costruito secondo standard di sicurezza ormai obsoleti.
Il personale di nessuna filiale della banca Marfin ha ricevuto una formazione sulla gestione degli incendi o sull’uso dei pochi estintori disponibili. La direzione adduce come pretesto i costi elevati di tale formazione e non intende adottare nemmeno le misure più elementari per la protezione del proprio personale.
Non è mai stata effettuata neanche una sola esercitazione di evacuazione in alcun edificio da parte del personale e non si sono mai tenute sessioni di formazione da parte dei vigili del fuoco per fornire istruzioni su situazioni come questa. Le uniche sessioni di formazione che si sono tenute presso la Marfin Bank riguardavano scenari di attacchi terroristici e, in particolare, la pianificazione della fuga dei dirigenti della banca dai propri uffici in una situazione del genere.
L’edificio in questione non era dotato di alcuna attrezzatura speciale per gli incendi, nonostante la sua struttura fosse particolarmente a rischio in tali circostanze e fosse pieno di materiali altamente infiammabili, quali carta, plastica, cavi elettrici e mobili, dal pavimento al soffitto. L’edificio è oggettivamente inadatto a ospitare una banca a causa della sua struttura.
Nessun membro del personale di sicurezza possiede conoscenze in materia di primo soccorso o di spegnimento degli incendi, eppure è incaricato di garantire la sicurezza dell’edificio in ogni occasione. I dipendenti della banca sono costretti a trasformarsi in vigili del fuoco o in addetti alla sicurezza, a seconda delle esigenze del signor Vgenopoulos, proprietario della Marfin Bank.
Nonostante i dipendenti avessero insistito per uscire fin dalle prime ore del mattino, la direzione della banca ha severamente vietato loro di farlo e li ha inoltre costretti a chiudere a chiave le porte, verificando più volte per telefono che l’edificio rimanesse chiuso per tutta la giornata. Ha persino bloccato l’accesso a Internet per impedire loro di comunicare con il mondo esterno.
Ormai da molti giorni i dipendenti della banca sono sottoposti a una vera e propria campagna di intimidazione in relazione alle mobilitazioni di questi giorni, con l’“offerta” verbale: o lavorate o venite licenziati.
I due agenti in borghese, il cui compito era la prevenzione delle rapine, non si sono presentati oggi presso la filiale in questione, nonostante la direzione della banca avesse promesso ai dipendenti che sarebbero stati presenti.
A questo punto, signori, fate la vostra autocritica e smettetela di fingervi scioccati. Siete responsabili di quanto accaduto oggi e, in qualsiasi Stato di diritto (come quelli che citate di tanto in tanto come esempi nei vostri programmi televisivi), sareste già stati arrestati per le azioni descritte sopra. Oggi i miei colleghi hanno perso la vita a causa della malvagità della Marfin Bank e del signor Vgenopoulos in persona che ha dichiarato esplicitamente che chiunque non si fosse presentato al lavoro oggi, 5 maggio, giorno di sciopero generale, non avrebbe dovuto preoccuparsi di presentarsi domani, perché sarebbe stato licenziato.
Un dipendente della Marfin Bank
[Pubblicato in inglese il 5 maggio 2010 in https://actforfreedomnow.blogspot.com/2010/05/employee-of-burnt-bank-speaks-out-on.html | Pubblicato in greco il 5 maggio 2010 in https://athens.indymedia.org/front.php3?lang=el&article_id=1163959 (non più disponibile) – Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/17/sulla-repressione-a-seguito-del-triplice-attacco-coordinato-contro-le-abitazioni-di-esponenti-del-partito-di-governo-nea-dimokratia-sulla-riapertura-del-cosiddetto-caso-marfin-e-oltre/]
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Immagine tratte dai media mainstream relative agli attacchi del primo luglio 2026, a Salonicco, contro esponenti di Nea Dīmokratia




