“Una proposta di guerra”. Rivendicazione del sabotaggio dell’Oleodotto Transalpino (Tolmezzo, 24 marzo 2026)
Di seguito, l’estratto delle prime tre pagine del documento. In calce, stesura integrale disponibile in PDF.
Una proposta di guerra
Crediamo che la resistenza del popolo palestinese (la sua resistenza, non la violenza sionista), con la la sua forza tanto grande da non poter venire espressa a parole, ci dia oggi la possibilità di prendere coscienza della realtà in cui viviamo, e di capire che non abbiamo mai vinto. Non abbiamo mai vinto. Non abbiamo conquistato i nostri diritti né la giustizia nel mondo, non ci siamo “salvati” dal futuro di 1984, non abbiamo “superato” il totalitarismo stalinista, non abbiamo sconfitto il nazismo. Quei sistemi di potere non dominano oggi non perché siano stati abbattuti, ma perché si sono dimostrati meno efficaci di un altro tipo di totalitarismo, generato dalle stesse pulsioni di avidità e dominio, altrettanto annichilente nei confronti dell’essere umano, quello sviluppato negli Usa. In un mondo di macchine capaci di produrre in quantità inimmaginabili, e quindi bisognoso non solo di moltitudini di sfruttati governati col terrore, repressi, sofferenti, ma col passare del tempo sempre più di consumatori infantili e privi di importanza, quel modello di potere si è dimostrato più idoneo a sottomettere l’uomo e la vita intera, e per questo gradualmente si è imposto.
Tanti anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, di fronte a questa trasformazione, a questa evoluzione del dominio, non siamo più forti, ma più deboli di allora, irrilevanti come insetti, prevedibili come animali da laboratorio, mentre d’altra parte chi domina ha mezzi inimmaginabili per plasmare i nostri comportamenti, volontà e pensieri, per entrarci nelle vene, per farci del male.
E lo farà se i meccanismi economici lo richiederanno, come hanno richiesto la trasformazione di noi europei in consumatori, e prima lo sfruttamento feroce dei nostri antenati, lo farà con la stessa inumanità con cui i nazisti progettarono i campi di sterminio, con la stessa indifferenza con cui oggi chi ha il potere rende morta l’intera terra a una profondità tale che non possiamo concepirla con la mente. Su tutto questo Gaza ha aperto gli occhi.
Non c’è limite al male che il meccanismo del potere non sia disposto a compiere per perpetuarsi, rafforzarsi e accrescersi. Non c’è, se non la guerra di chi ha in sé qualcosa di diverso, di radicalmente diverso rispetto ad esso: la libertà.
Non avere vinto non significa che nel passato della nostra storia nessuno abbia mai lottato, significa che chi lo ha fatto è stato sconfitto, ucciso, ingannato o neutralizzato. Ma è grazie agli uomini e alle donne che davanti alla morte, al dolore, alla paura rifiutarono di piegarsi che oggi possiamo ancora capire la parola libertà, e combattere.
Combattere davvero, pronti a mettere il nostro sangue, giurando guerra al nemico. E prima di tutto, combattere nella nostra testa, lottare stringendo i denti per assumere la consapevolezza del pericolo in cui ci troviamo e di quanto sta venendo compiuto, contrastando una quotidianità piena in ogni luogo e in ogni momento delle bugie dei dominatori, che cancellano con forza spaventosa ogni barlume di coscienza dalla nostra mente.
Ci vuole molta forza per farlo, perché la realtà fa paura, ma la forza è necessaria nel tempo in cui viviamo, o saremo annichiliti, svuotati, riplasmati, resi inerti esseri in balia di qualsiasi comando, a cui può essere fatta qualsiasi cosa, la cui vita o morte è più che irrilevante, è inesistente.
Non ci illudiamo di convincere nessuno purtroppo. Ci rivolgiamo a chi ha già, chiara o in germe, questa convinzione, e ha deciso che è venuto il momento di agire.
Comunichiamo di aver sabotato l’Oleodotto Transalpino, la notte del 24 marzo.
Sono passati quasi tre mesi da allora, mesi in cui siamo rimasti in silenzio, mettendo in ordine le idee e chiarificando il nostro pensiero. Perché quell’azione ha avuto fin dall’inizio uno scopo: quello di mettere alla prova, innanzitutto ai nostri stessi occhi, la validità di una strategia.
Siamo soddisfatti di come tale prova si è svolta, e ci sentiamo pronti a portare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, ovunque siano, una proposta concreta per combattere.
Prima parte: premessa
Comunicato
La notte del 24 marzo abbiamo concluso l’azione contro l’Oleodotto Transalpino, l’infrastruttura che partendo dal più grande porto petrolifero del Mar Mediterraneo, quello della città di Trieste, trasporta il petrolio greggio proveniente dalla Libia, dal Kazakistan, dall’Azerbaijan, fino agli impianti di lavorazione dell’Europa Centrale.
Il nostro intervento lo ha paralizzato per tre giorni, come hanno comunicato i portavoce delle due maggiori raffinerie di Baviera e Badden-Wurttemberg, in Germania, che hanno visto il loro flusso fondamentale bloccarsi senza preavviso e sono ricorse alle scorte per evitare il fermo della lavorazione e distribuzione dei derivati, e come è emerso anche in Repubblica Ceca, dove la raffineria di Litvinov, la più grande del Paese, ha richiesto un prestito di centomila tonnellate alle riserve statali per far fronte all’improvvisa carenza.
Anche se non è stato comunicato pubblicamente, sappiamo che anche l’Austria ha risentito del blocco, perché anche questo Stato deriva quasi tutto il suo petrolio d’importazione dall’Oleodotto Transalpino.
Le autorità italiane si sono messe subito in contatto con le controparti tedesche, austriache e ceche, che ora con le rispettive intelligence stanno seguendo le indagini, condotte dal reparto antiterrorismo dei Carabinieri di Udine.
Non siamo così miopi da credere che l’interesse delle autorità sia dovuto al danno reale da noi causato, perché tre giorni di fermo sono rapidamente recuperabili per impianti di quelle dimensioni. Non pensiamo che ciò che accende la loro attenzione sia ciò che è avvenuto, ma il fatto che sia potuto avvenire, e le modalità con cui è avvenuto.
Per fermare l’oleodotto infatti abbiamo semplicemente danneggiato un traliccio tra le decine che conducono l’elettricità fino a una delle sue quattro stazioni di pompaggio presenti sul suolo italiano, quella che si trova più a Nord, nel paesino di Paluzza.
Quando l’operatore elettrico si accorse che c’era un pilone, nei pressi della città di Tolmezzo, che si trovava sul punto di crollare, dovette attivare delle procedure di riparazione d’urgenza che lo portarono a scollegare l’intera linea dalla rete elettrica, mantenendola spenta fino alla conclusione dei lavori. Privata dell’elettricità che le porta la linea, la stazione di pompaggio si arrestò e il flusso di petrolio con lei.
Concretamente l’azione pratica da noi compiuta è consistita nel taglio di due delle gambe del traliccio con lame per metallo, ossia in un lavoro che non richiede né un gran numero di partecipanti né abilità fuori dal comune né mezzi che non siano alla portata di una qualsiasi persona normale.
Il che significa che un’arteria del potere quale è l’Oleodotto Transalpino è risultata vulnerabile a un piccolo gruppo di uomini e donne qualsiasi, ma determinati a colpire e attenti a prendere la mira sul bersaglio giusto.
Non lo affermiamo per spingere a replicare in modo automatico e uguale ciò che abbiamo fatto noi, né per presentare questo oleodotto come l’obiettivo ideale. Crediamo infatti che dopo l’azione di fine marzo, e forse anche dopo l’uscita di questo comunicato, ci sarà una vigilanza più alta del solito sulla linea elettrica di Tolmezzo, e sarebbe stupido andare proprio là dove si è attesi.
E guardando invece all’oleodotto nella sua interezza, avvisiamo che la fragilità da noi sfruttata, quella della dipendenza dalla rete elettrica, anche se era valida per la stazione di pompaggio di Paluzza, non lo è allo stesso modo sul resto della struttura.
Per quanto le informazioni rilasciate siano poche, ci risulta infatti che le altre tre stazioni di pompaggio siano state recentemente dotate di nuovi generatori elettrici a metano che consentono loro di funzionare in autonomia, anche senza l’energia distribuita della rete: chiaramente su di esse un sabotaggio uguale al nostro non porterebbe agli stessi risultati.
Mettiamo quindi da subito in guardia dal pensare che stiamo presentando questa azione come un modello da seguire in modo meccanico: non è quello che vogliamo proporre.
Ciò che soprattutto ha fatto sì che avessimo successo non è stata la circostanza specifica in cui l’azione si è compiuta, ma lo studio e la comprensione del funzionamento tecnico del nostro sistema che ci hanno permesso di accorgerci di questa debolezza, uniti all’atteggiamento mentale che ci ha permesso di sfruttarla.
E ciò che è centrale per la nostra proposta non è il colpo che è stato inflitto al nemico, ma il fatto che sia stato possibile colpirlo: il fatto che senza denaro, mezzi militari, appoggi occulti o organizzazioni mastodontiche, ma solo con il ragionamento costante, lo sforzo e la perseveranza, un pugno di uomini e donne comuni ha potuto danneggiare in modo piccolo, ma reale, entità che sembrano intoccabili, lontane, sovrumane, come gli Stati.
PDF (versione integrale): Una proposta di guerra
[Ricevuto via e-mail e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/06/17/una-proposta-di-guerra-rivendicazione-del-sabotaggio-delloleodotto-transalpino-tolmezzo-24-marzo-2026/]
