Intervista a Francisco Solar a cura di Informativo Anarquista
In questa quarta intervista, abbiamo avviato un dialogo con il compagno anarchico Francisco Solar, con l’obiettivo di diffondere le sue parole e approfondire diversi temi e contesti di interesse. La sua prospettiva e la sua partecipazione a progetti nati dalla strada sono di fondamentale importanza, in quanto rompono l’inerzia che il carcere cerca di imporre. Nel corso della conversazione, abbiamo affrontato non solo aspetti legati alla sua esperienza personale in carcere, ma anche riflessioni politiche più ampie sulle lotte in corso e sulle sfide che il movimento anarchico è chiamato ad affrontare.
1. Come stai attualmente? Potresti raccontarci qualcosa della tua esperienza nella prigione di La Gonzalina? Quali differenze noti tra il sistema carcerario europeo e quello cileno?
Da quasi un anno sono uscito dai moduli di massima sicurezza, dove ho trascorso cinque anni, e sono passato a un modulo di alta sicurezza, con un regime di vita normale: otto ore di cortile e la possibilità di ricevere visite coniugali.
Alla luce di quanto sopra, la mia situazione è evidentemente più favorevole, non essendo soggetto alle restrizioni di un regime di massima sicurezza. Condividere quotidianamente la vita con i compagni anarchici e sovversivi che già si trovavano in questo modulo rende comunque la vita carceraria più sopportabile. Sfuggire di tanto in tanto alle nefaste dinamiche autoritarie che si creano tra i detenuti e cercare di instaurare relazioni contrarie a queste è una sfida e una lotta costante che implica un continuo mettersi in discussione. È evidente che non siamo un’isola all’interno di questo modulo e che affrontiamo contraddizioni, riproducendo a volte comportamenti che diciamo di rifiutare. Tuttavia, le dinamiche dei prigionieri anarchici e sovversivi sono diverse da quelle del resto dei detenuti. Le nostre relazioni non si basano su quell’autoritarismo spietato presente tra gli altri reclusi e questo è evidente.
La mia giornata è scandita dallo sport nel cortile, dalle chiacchierate e dalle passeggiate con i compagni e dalla lettura. Come ho già sottolineato in altri scritti, è importante avere una routine quotidiana che, nel mio caso, mi permette di mantenere la lucidità mentale ed evitare la depressione carceraria.
Le differenze tra il sistema penitenziario cileno e quello spagnolo risiedono principalmente nel controllo. L’istituzione penitenziaria spagnola, attraverso un costante e prolungato adeguamento delle proprie strategie di controllo, è riuscita a disciplinare la vita all’interno delle carceri. Mediante i FIES e la dispersione, l’amministrazione penitenziaria è riuscita a pacificare le carceri spagnole, trasformando persino i detenuti nei propri carcerieri, come si può osservare nei sempre più numerosi “Módulos de respeto” [ndt. I moduli di rispetto sono programmi introdotti progressivamente nelle carceri spagnole a partire dal 2001, che si basano su una pianificazione della vita del prigioniero volta a plasmare le sue abitudini e i suoi comportamenti al fine di favorire una graduale pacificazione. Questo processo è seguito da una frotta di psicologi, assistenti sociali, educatori e chi più ne ha più ne metta].
Sebbene il sistema carcerario cileno si stia orientando verso un modello di controllo di tipo «spagnolo» (o europeo), la realtà è che è ancora molto lontano dall’esserlo. I meccanismi di controllo sono piuttosto precari e inefficaci, il che porta, tra le altre cose, al consolidamento di determinate “regole” imposte dagli stessi detenuti nel contesto della vita carceraria. Queste regole si basano su un autoritarismo estremo che genera e perpetua rapporti di schiavitù tra i detenuti. Se in passato esisteva una certa solidarietà, oggi questi rapporti sono stati praticamente relegati in secondo piano, lasciando spazio all’ostentazione e al suddetto autoritarismo che rende la vita carceraria un ambiente estremamente ostile.
2. Qual è stata e qual è tuttora l’importanza dei progetti di controinformazione? Ritieni che continuino a essere un mezzo di dialogo e di propaganda anarchica? Hanno perso terreno rispetto ai social network?
L’importanza dei mezzi di controinformazione nel rafforzamento delle realtà anarchiche è innegabile. Non è un caso che, in un momento in cui gli spazi anarchici si moltiplicavano, le iniziative antiautoritarie proliferavano e gli attacchi si susseguivano senza sosta, i mezzi di controinformazione come Publicación Refractario, Contrainfo, Liberación Total e Material Anarquista, insieme a vari giornali anarchici cartacei, costituivano una parte importante della galassia anarchica di quegli anni, integrando l’attiva azione di quel periodo.
Questi mezzi di comunicazione, oltre a fornire informazioni che ci permettevano di rimanere aggiornati su ciò che accadeva intorno a noi, costituivano e costituiscono tuttora spazi in cui promuovere e sviluppare dibattiti che alimentano il nostro movimento. Dibattiti approfonditi che hanno permesso di sviluppare riflessioni e posizioni impossibili da affrontare nei fugaci portali di Instagram.
A mio avviso, i social media e la loro immediatezza hanno compromesso la qualità delle argomentazioni e, di conseguenza, la forza delle nostre posizioni. È evidente che i mezzi di controinformazione hanno perso terreno rispetto ai social network, che oggi si presentano come il luogo in cui condurre la lotta. Poco o nulla resta delle riflessioni elaborate e meticolose, lasciando spazio a slogan vuoti e al culto dell’estetica che caratterizzano questi canali.
Il declino dei mezzi di controinformazione è un’ulteriore prova della perdita di potenza e dello stallo del nostro movimento. L’importanza e la preponderanza dei social network riflettono la nostra crescente mancanza di riflessione e la scarsa capacità di generare idee.
3. Nel testo “Un necessario dialogo complice” fai riferimento al concetto di “azioni anarchiche di grande portata”, mentre in “I rischi della multiformità” ti chiedi e sostieni che: “Le azioni di grande portata e le azioni ‘semplici’ sono la stessa cosa? È la stessa cosa piazzare un ordigno esplosivo in una stazione di polizia, scrivere su un muro o dipingere uno striscione? Chiaramente no. Non lo sono nella loro pianificazione, nella dedizione che richiedono o in ciò che mettono in gioco. Non sono la stessa cosa in termini di impatto e di ripercussioni che generano”. Dalla lettura di questi scritti, si evince che applichi il concetto di “portata” per definire le azioni dirette distruttive, mentre con “semplici” ti riferisci alle azioni di propaganda. Tuttavia, entrambe sono classificate come “azioni”. È quindi necessario ridefinire il concetto di “azione” o è sufficiente l’aggettivo che lo accompagna?
Penso che l’importante, sia nel linguaggio scritto che in quello parlato, sia che il messaggio sia chiaro. Dalla tua domanda mi sembra di capire che sono riuscito a trasmettere perfettamente il messaggio che intendevo esprimere in quei testi, quindi in questo caso la funzione del linguaggio ha raggiunto il suo obiettivo. Pertanto, non importa come si chiami ciò che si vuole esprimere, l’importante è che alla fine se ne comprenda il significato.
Ora, ogni azione implica un’energia che, in un modo o nell’altro, altera la realtà. Realizzare uno striscione e affiggerlo, così come realizzare un murales o riempire le strade della città di manifesti, è chiaramente un’azione. Chiaramente, anche piazzare un ordigno esplosivo, sparare alla polizia o compiere qualsiasi altro attacco complesso corrisponde a un’azione, per lo stesso motivo sopra indicato. Tuttavia, come ho sostenuto nei miei scritti, presentano delle differenze che non permettono di valutarle allo stesso modo. È quindi importante fare una distinzione nel linguaggio quando le si affronta, poiché è evidente che non stiamo parlando dello stesso tipo di azioni.
Azioni complesse, azioni di grande portata e attacchi rivoluzionari violenti sono denominazioni che utilizzo per riferirmi allo stesso tipo di azione. Questi fatti, per le loro caratteristiche, comportano rischi maggiori e un altro livello decisionale, tra gli altri aspetti che li differenziano da altri tipi di atti. In definitiva, anche se si tratta pur sempre di azioni, ritengo che la cosa più appropriata sia indicare le prime con un aggettivo che ne evidenzi esplicitamente la differenza e le particolarità rispetto alle altre.
4. “Cómplices Sediciosos / Fracción por la Venganza” rivendica l’invio di due pacchi bomba contro il 54° commissariato di Huechuraba e l’ufficio dell’ex ministro dell’Interno Rodrigo Hinzpeter. In seguito, avete rivendicato la responsabilità di questo attentato. Nel comunicato si legge: “Abbiamo preso tutte le misure di sicurezza necessarie affinché gli ordigni esplodessero solo nelle mani delle persone oggetto della nostra azione. I nostri nemici sono chiari: non ci interessa né cerchiamo di danneggiare o ferire alcuna altra persona(…)”. Questo può essere interpretato come una differenziazione tra violenza selettiva e violenza indiscriminata? Se sì, come spiegheresti la differenza tra violenza selettiva e violenza indiscriminata?
Come ho affermato nelle mie dichiarazioni finali durante il processo, le azioni violente anarchiche non sono mai state indiscriminate. Storicamente, hanno sempre preso di mira persone, gruppi di persone o simboli che detengono o rappresentano il potere. Al contrario, sono stati i fascisti a compiere attentati indiscriminati, come la strage alla stazione ferroviaria di Bologna in Italia nel 1981.
Qualche anno fa è emersa una tendenza misantropa che ha cercato, senza molto successo, di compiere attacchi indiscriminati. La loro posizione, più vicina a una posizione religiosa per i suoi toni marcatamente sacri, era piena di contraddizioni che li hanno fatti scomparire con la stessa rapidità con cui erano apparsi. Non merita ulteriori analisi.
Tornando alla domanda, gli attacchi indiscriminati prendono di mira chiunque, quindi i luoghi degli attentati sono generalmente spazi aperti, meglio se affollati. Le fermate dei mezzi pubblici affollate, i mercati all’aperto e altri luoghi simili sono ideali per la grande concentrazione di persone che vi si trova. Gli attacchi selettivi, invece, sono quelli diretti a rappresentanti, detentori o simboli del potere. Si tratta di attacchi rivolti ai nostri nemici. Si tratta di azioni complesse che, nella maggior parte dei casi, parlano da sé.
Detto questo, mi rendo conto che tutti noi, in misura maggiore o minore, siamo responsabili del perpetuarsi e della riproduzione dell’oppressione; ciò, tuttavia, non giustifica il considerare ogni essere umano come un bersaglio. Le nostre azioni devono necessariamente puntare verso l’alto, sempre più in alto, e tra le altre cose devono lanciare un segnale ai potenti che le loro decisioni comporteranno, presto o tardi, una risposta decisa.
5. In generale, stiamo assistendo a un decremento delle azioni, che vanno dalle manifestazioni incendiarie nelle università e nei licei, alle incursioni notturne con blocchi stradali, alle barricate sparse per la città, fino alle azioni incendiarie e/o esplosive. Potresti analizzare questo fenomeno? Forse è dovuto alla costante repressione poliziesca e allo sviluppo della sorveglianza in città? Oppure è la conseguenza di quanto menzioni nel testo “Considerazioni sulla libertà“, quando critichi la frase: “Ho la libertà di fare ciò che ritengo conveniente, incluso, se è il caso, di mancare agli impegni presi”? Perché, come scrivi, “Questo è l’argomento che si cela dietro questa nefasta concezione di libertà individuale, null’altro che un’infantile giustificazione dell’irresponsabilità. Questo non solo rende impraticabile qualsiasi iniziativa congiunta, visto che lascia installarsi la sfiducia, ma getta pure a mare quella coerenza che è il risultato dello storico lavoro dei compagni e delle compagne che ci hanno preceduto e che è tenuta in considerazione come parte dell’arsenale teorico-pratico che ci distingue dalle altre tendenze rivoluzionarie”.
Come giustamente sottolineate, il declino delle azioni incisive in questo territorio è evidente e innegabile. E credo che ciò riguardi non solo questo ambito, ma si manifesti praticamente nella totalità delle nostre pratiche. Ritengo che stiamo vivendo un cambiamento di ciclo che segna la fine di un processo e, necessariamente, l’inizio di un altro. Le teorie e la pratica dell’anarchismo insurrezionale, dell’anarchismo nichilista e dell’anarchismo rivoluzionario hanno perso forza e non suscitano più l’interesse che riscuotevano alcuni anni fa. In questo senso, penso sia importante prendere atto di questo cambio di fase e di questo declino e, partendo da questa consapevolezza, intervenire per superare questo periodo di inazione.
È indubbio che la diminuzione dei mezzi di controinformazione e la scarsa presenza e persistenza di spazi fisici in cui riunirci per condividere idee e svolgere attività facciano parte di questo generale declino che colpisce il nostro movimento.
Ora, per quanto riguarda la diminuzione delle azioni di grande portata, ritengo che i colpi repressivi e, soprattutto, l’elevata severità delle condanne abbiano raggiunto il loro scopo: intimidire e smobilitare gran parte del settore anarchico combattivo che, salvo alcune eccezioni, non ha saputo rispondere a questi colpi. D’altra parte, la Fiscalía Sur [Procura del Sud], con il procuratore Orellana e una ristretta squadra di poliziotti, è riuscita in modo efficace a smantellare praticamente ogni gruppo d’azione che colpiva in modo continuativo. Pertanto, la repressione ha effettivamente influito su questo declino.
La mancanza di impegni concreti, che deriva da questo modo di intendere la libertà individuale, rappresenta, a mio avviso, un elemento trasversale che non solo influenza l’attuale momento di inazione, ma costituisce anche una delle cause del nostro generale declino. Non fare ciò che si dice o smettere di fare ciò a cui ci si è liberamente impegnati, testimonia la scarsa rigorosità e serietà sempre più diffusa nei nostri spazi. Credo che questo sia tanto la causa quanto la conseguenza del panorama attuale. Un panorama che, insieme a quanto già segnalato, risponde a cause più ampie – che travalicano il mondo anarchico – che ci influenzano e ci riguardano.
Si è diffusa una sorta di disillusione generale nei confronti dello spirito rivoluzionario, innescata dall’esito della rivolta di ottobre. Un evento di tale portata, dal chiaro connotato antiautoritario, che molti di noi desideravano ardentemente vivere, il cui esito è stato segnato prima dall’istituzionalizzazione e poi dall’avanzata del postfascismo, ha provocato un senso di sconfitta in gran parte del mondo sovversivo e ribelle. Questo, ovviamente, ha influito anche sui nostri ambienti.
Se da un lato, tutta quella rabbia manifestata a partire dall’ottobre 2019 avrebbe potuto sfociare nella proliferazione di gruppi di combattimento autonomi (come avvenne in Italia negli anni ’70), dall’altro, si è rapidamente passati a un clima incentrato sulla smobilitazione che si è progressivamente rafforzato con il passare degli anni.
Ribadisco: è fondamentale prendere atto di questo declino, esprimerlo e analizzarlo per individuare insieme le vie d’uscita da questa situazione di stallo e ridare slancio all’anarchia.
6. I compagni di Nueva Subversión, nell’opuscolo “Siamo un vento antico che continua a soffiare”, riflettono sui gruppi d’azione e sulle realtà circostanti, sostenendo che “la nostra sfida è quella di sviluppare pratiche illegali e, al contempo, mantenere il ritmo delle dinamiche circostanti, in modo da non isolarci e da non perdere le riflessioni che emergono con l’acuirsi delle tensioni. La sfida di mantenere un senso di interazione alimenta in modo esponenziale la salute delle nostre negazioni e rende l’amplificazione dell’atmosfera sovversiva un pericolo per i nemici della libertà”. Cosa puoi dirci riguardo al legame tra pubblico e illegale, alla partecipazione ad attività e/o progetti mentre si sostengono azioni parallele? È possibile conciliare entrambe le iniziative?
Innanzitutto, desidero esprimere il mio pieno riconoscimento al progetto “Nueva Subversión” e a tutte le cellule e i gruppi che lo compongono. Nei difficili momenti che stiamo attraversando (come descritto in precedenza), dare vita a un progetto offensivo e avventurarsi nell’attacco è ammirevole, vista la complessità della questione. In un contesto in cui tutto spinge alla passività e l’intimidazione ha permeato gran parte dei nostri spazi, in cui l’assunzione di rischi sembra appartenere al passato, questa interessante iniziativa si lancia all’attacco, sfidando ogni sentimento rinunciatario. Nonostante le sue apparizioni siano sempre più sporadiche, dimostra che persiste ancora quell’atteggiamento insurrezionale che parla attraverso i fatti.
Detto questo, ritengo fondamentale mantenere il legame tra l’azione illegale e la partecipazione agli spazi pubblici. Isolarsi all’interno del gruppo d’azione porta a pratiche settarie che ostacolano la necessaria ampiezza di vedute. Sebbene sia possibile tenersi aggiornati sui dibattiti e sulla generazione di idee attraverso la controinformazione virtuale, ritengo che essere presenti fisicamente negli spazi permetta di gestire le sfumature della riflessione collettiva. Ciò permette di mantenere un legame faccia a faccia con i compagni e le compagne che nutre le nostre prospettive e posizioni.
Tuttavia, tenendo conto dei progressi tecnologici in materia di sicurezza e controllo, ritengo che sia indispensabile riconsiderare questa posizione.
Come ho sottolineato nel testo “En la cuerda floja” [Sul filo del rasoio], è necessario conoscere le esperienze di clandestinità nel contesto della lotta per trarne insegnamento. Il controllo diventa sempre più opprimente e la rete di telecamere di sorveglianza in città è sempre più difficile da eludere, motivo per cui dobbiamo necessariamente considerare la clandestinità come un’opzione. Una clandestinità reale che consenta di muoversi con maggiore libertà quando si agisce.
Questo ripensamento delle posizioni rappresenta un vantaggio dell’informalità, nella misura in cui il suo dinamismo intrinseco ci permette di analizzare la realtà concreta e di adeguare progressivamente le nostre pratiche, sempre orientate alla lotta. In questo senso, la realtà soffocante che ci circonda richiede un ripensamento e la necessità di considerare la clandestinità come una possibilità, se l’obiettivo è colpire in modo costante.
7. Nel testo “Di fronte all’ergastolo bianco, l’azione vale sempre la pena“, osservi che la stagnazione delle azioni anarchiche potrebbe essere dovuta a “un effetto post-rivolta che, a quanto pare, ha portato a una smobilitazione in diversi ambienti e tra diversi individui”. Riteniamo che gli effetti della rivolta siano ancora presenti all’interno degli ambienti anarchici, a partire dalla scarsa critica e/o autocritica nei confronti di quei personaggi che hanno partecipato alle votazioni e che continuano a far parte di progetti anarchici o dell’ibrido creato tra anarchici che comprendono la sottomissione elettorale per la difesa dei diritti sociali e umani e la retorica ormai superata secondo cui un governo di destra eserciterà con maggiore forza lo stato di polizia, quando invece è stata la sinistra a occuparsi di rafforzare notevolmente tale posizione di controllo. Pensi che le individualità anarchiche abbiano perso la loro essenza antistatale rivendicando i diritti sociali e umani? Come pensi che la riflessione possa ritrovare le posizioni che abbiamo rivendicato?
Senza dubbio, nei nostri ambienti è mancata l’autocritica riguardo al nostro ruolo nella rivolta e a ciò che avremmo potuto fare. L’entusiasmo per la nuova Costituzione, che ha spinto molte persone del nostro ambiente a votare “sì” e poi, come se non bastasse, a eleggere e, in alcuni casi, a fare campagna per Boric, dimostra definitivamente che non tutti intendiamo la libertà allo stesso modo né che tutti remiamo nella stessa direzione.
Insieme ai compagni e alle compagne della rivista Kalinov Most, abbiamo scritto diversi articoli in cui sottolineiamo quanto sia sorprendente dover affrontare il tema della partecipazione elettorale, una questione che sembrava essere stata risolta anni fa. Storicamente, l’anarchismo si è sempre posizionato al di fuori e contro le elezioni, e questa posizione deve essere mantenuta e rafforzata. Per questo motivo, tornare a discutere di questo argomento ci sembrava noioso e tedioso. Il fatto che alcuni individui e gruppi abbiano partecipato al circo elettorale dimostra che, in momenti cruciali, ci sono “compagni” che mettono da parte i principi fondamentali dell’anarchismo. Dimostra anche che il nostro movimento non è così solido come pensiamo, dato che ci sono settori che adottano liberamente opzioni democratiche che non hanno nulla a che vedere con le nostre.
Nel corso di questa intervista, ho fatto riferimento al “movimento” inteso come l’ampio mondo anarchico con le sue diverse tendenze, che condividono determinati principi fondamentali che si traducono in pratiche concrete. Tuttavia, sono consapevole che all’interno di queste tendenze ve ne siano alcune che puntano sulla creazione di gruppi di affinità per diffondere l’anarchia. Personalmente, mi colloco tra questi ultimi, perché ritengo che i gruppi di affinità siano il modo migliore per relazionarci tra anarchici, grazie alla libertà e al dinamismo che ci conferiscono. Partendo da questa base, creo affinità con compagni e compagne con cui condivido idee e pratiche e con cui ovviamente non ho divergenze insormontabili.
Pertanto, non potrei mai partecipare a un gruppo di affinità con persone che hanno deciso di partecipare alle elezioni o di fare campagna per un candidato. Tuttavia, spetta a ciascun individuo e a ciascun gruppo di affinità stabilire i propri criteri e decidere con chi intrattenere rapporti.
8. In un comunicato pubblicato nel luglio 2021, insieme a Mónica Caballero, si afferma che “presupporre che gli anarchici debbano relazionarsi solo con altri anarchici riflette un purismo assurdo e un settarismo che, senza dubbio, è espressione di autoritarismo. Stabilire coordinamenti e iniziative di lotta congiunte solo tra coloro che si autodefiniscono ‘anarchici’ significa restringere e limitare enormemente le nostre relazioni e, di conseguenza, le nostre possibilità di crescita. Ci rinchiude stupidamente in dogmatismi che ci limitano e ci impediscono di associarci liberamente. Così, in nome della libertà, alcuni propongono esattamente il contrario, creando sette basate su etichette. Con questo non intendiamo dire che dobbiamo stabilire relazioni in modo indiscriminato o che non dobbiamo avere alcun tipo di filtro”. Leggendo queste parole, ci viene in mente uno slogan che circola da anni e che ha a che fare con “l’unità nell’azione”. Riteniamo che rivendicare pubblicamente questi elementi rappresenti un pericolo concreto per le nostre pretese valoriali e teoriche. In tempi di follia e passività, è forse motivo di convivenza l’azione insieme a quadri popolari e persino settori che potrebbero rivendicare l’attacco indiscriminato in nome dell’illegalità?
Torniamo al tema dei criteri informali stabiliti liberamente da ciascun gruppo di affinità. Rimango dell’idea che sia irrealistico e frutto di un’illusione pretendere di instaurare relazioni e legami politici esclusivamente con compagni anarchici. L’esperienza della rivolta di ottobre, così come la quotidianità e le diverse lotte che si sono svolte in carcere, lo hanno dimostrato. Tuttavia, questi legami devono basarsi su criteri orizzontali: è necessario, quindi, che nessuna delle parti (sia essa un gruppo o un individuo) si ponga al di sopra dell’altra. Quando un gruppo o un individuo tenta di controllare, dirigere e tenere le redini di un coordinamento, è necessario intervenire. Oppure si deve allontanare chi pretende di controllare o, semplicemente, fare un passo indietro e cercare altre strade basate su relazioni che ci soddisfino.
Così come quanto detto in precedenza rappresenta una linea invalicabile, lo è anche l’adozione o il sostegno di posizioni indiscriminate e disumane, così come la partecipazione al circo elettorale, per i motivi indicati nella risposta precedente. Vorrei chiarire che quanto esposto vale a livello individuale: per me, questi motivi sono sufficienti per non instaurare alcun tipo di legame o relazione politica, né all’interno di un gruppo di affinità né in un coordinamento più ampio. Non posso e non spetta a me pronunciarmi sulle relazioni che altri gruppi di affinità instaurano o avrebbero intenzione di instaurare.
Ora, i gruppi di affinità anarchici devono ovviamente essere composti da individualità anarchiche che condividono un unico linguaggio, il che garantisce una maggiore fluidità. Ritengo (e questa è stata la mia esperienza) che l’instaurazione di relazioni più ampie, non necessariamente con compagni anarchici, sia utile nel caso di coordinamenti politici e iniziative che nascono e si sviluppano in contesti particolari, come il carcere. Condividere determinati codici sovversivi all’interno della prigione con detenuti di altre tendenze politiche ha permesso di avviare interessanti iniziative di lotta, dimostrando nella pratica che ampliare la prospettiva in termini di relazioni politiche è non solo possibile, ma anche vantaggioso.
D’altra parte, sebbene durante la rivolta si siano verificate ampie esperienze di coordinamento di carattere orizzontale, la creazione di un coordinamento forte e orientato all’azione avrebbe permesso di intensificare il conflitto, rafforzando gli attacchi e ampliando le nostre prospettive.
9. Negli ultimi tempi, diversi compagni e compagne anarchici di vari territori sono morti in azione, in incidenti, per suicidio, a causa di malattie, ecc. Kyriakos, Belén, Tortuga, Risue, Snizana e Lupi sono solo alcuni di loro. Parallelamente, si è diffuso un discorso purista e dogmatico, vicino a gruppi di sinistra militarizzati, che traccia una linea di demarcazione tra i compagni morti in combattimento e gli altri. Ritieni che il suicidio o la morte naturale di un compagno di lotta siano una condanna all’oblio? Qual è il senso, il valore e la pratica della memoria di fronte alla morte dei nostri compagni di lotta?
Partendo dalla parte finale della domanda, non ho alcun dubbio che il senso e la pratica della memoria debbano necessariamente consistere in un’azione distante e contraria a qualsiasi atteggiamento vittimistico. La memoria che si traduce in azioni è il modo più adeguato per ricordare i nostri compagni caduti. Comprendere la memoria in questo modo rafforza il mondo anarchico orientato alla lotta. Rafforza senza dubbio le nostre pratiche offensive nel tentativo di riprodurre e moltiplicare l’attacco permanente.
Tuttavia, credo che in questo ambito specifico entri in gioco un concetto che nei nostri ambienti viene spesso ripetuto, ma che viene messo in pratica raramente. Mi riferisco allo sviluppo di un atteggiamento iconoclasta, inteso come rifiuto della sacralizzazione delle figure, siano esse umane o meno. L’esaltazione dei compagni morti, anche di altre tendenze politiche, è un’abitudine che attraversa tutta la cultura sovversiva di questo territorio, compresa ovviamente quella anarchica. Si parla e si scrive di iconoclastia e della necessità di non trasformare i nostri morti in eroi o martiri, eppure li si eleva a figure indiscusse, continuando, in un modo o nell’altro, la tradizione della sinistra su questo tema. Penso che sia indubbio che nei nostri spazi, sia nella forma che nella sostanza, l’esaltazione dei compagni morti corrisponda a un’eredità della sinistra militarista. È un elemento che abbiamo adottato, riproducendolo forse con qualche piccola sfumatura. Credo che dovremmo mettere in discussione questa continuità.
È fondamentale riflettere e trarre conclusioni collettive riguardo alla necessaria posizione iconoclastica e alla rivendicazione dei nostri morti, per sviluppare una posizione propria che sia estranea a qualsiasi forma di sacralizzazione. Insieme a questo, sembra esserci un bisogno imperioso di concentrare il nostro lavoro sulla rivendicazione dei nostri morti e penso che sia a partire da questa necessità che negli ultimi anni, non avendo compagni caduti in combattimento, si sia iniziato a rivendicare compagni che ci hanno lasciato per cause e circostanze estranee alla guerra.
Con questo non intendo dire che questi compagni debbano cadere nell’oblio. È fondamentale promuovere una memoria attiva che li tenga presenti attraverso l’azione. Tuttavia, il loro ricordo deve puntare all’essenza, alle azioni che il/la compagno/a portava avanti e per le quali ci ha lasciato, fisicamente. Insomma, il contenuto deve prevalere sulla figura, altrimenti non faremo altro che costruire eroi e martiri.
10. Parole di chiusura, a titolo di invito e saluto a compagni, compagne, gruppi, progetti, ecc.
Ringrazio i compagni e le compagne di Informativo Anarquista per l’opportunità offerta di affrontare temi importanti all’interno dei nostri contesti, che conferiscono a questi ultimi quel dinamismo indispensabile che ci permette di rimanere attivi e di continuare a crescere. Grazie per l’opportunità datami di continuare a partecipare alle discussioni e ai dibattiti, nonostante sia rinchiuso. Con questa iniziativa dimostrano che il potere fallisce nel tentativo di incasellarci solo nella figura del “detenuto”, poiché continuiamo a essere compagni anarchici in grado di contribuire con la nostra visione/opinione su temi che vanno oltre la prigione e ciò che accade al suo interno.
Un saluto ai compagni e alle compagne anarchici e sovversivi che resistono nelle diverse carceri cilene. Ai prigionieri e alle prigioniere anarchici in Italia e in Grecia, sempre attivi. A ogni spazio, casa editrice, rivista e mezzo di controinformazione che resiste e che, con ostinazione, scommette sull’anarchia anche nei momenti difficili. Un abbraccio speciale ai compagni e alle compagne del progetto “Nueva Subversión”: i loro colpi sono la gioia dell’anarchico prigioniero.
[Pubblicato in lingua spagnola in https://informativoanarquista.noblogs.org/post/2026/03/02/chile-entrevista-a-francisco-solar/ | Riproposto in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/03/14/entrevista-a-francisco-solar-realizada-por-informativo-anarquista/ | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/03/06/intervista-a-francisco-solar-a-cura-di-informativo-anarquista/]

