Cospirazione delle Cellule di Fuoco: “E la morte non avrà più alcun potere”. Comunicato sugli eventi del 5 maggio 2010
E la morte non avrà più alcun potere…
Negli incidenti del 5 maggio, relativi all’incendio della banca Marfin, morirono tre dipendenti e migliaia di verità furono “carbonizzate”.
L’atmosfera soffocante della straziante ipocrisia della propaganda e l’usurato umanitarismo moralista delle Cassandre del movimento radicale ci costringono a prendere pubblicamente posizione su questi avvenimenti. Ciò non significa che parliamo da “specialisti” della violenza o che ci autoproclamiamo accusatori o difensori delle persone che hanno attaccato l’edificio della banca.
Riteniamo però che sia necessario dire e mettere in ordine alcune cose. A nostro avviso, per farlo non è necessaria né la presenza esperienziale né la conoscenza diretta di ciò che accadde quel giorno in quel luogo. Ciò che serve è un atteggiamento serio e responsabile, accompagnato dall’esame e dalla (auto)critica di un fatto concreto: la morte di tre dipendenti che non erano l’obiettivo della violenza rivoluzionaria.
Il nichilismo rivoluzionario che esprimiamo implica un pensiero e una pratica raffinati, costruiti lontano tanto dalle dimostrazioni di falso cinismo («e allora? Erano dipendenti di banca, è bene che siano bruciati…») – quanto dai piagnistei ipocriti che cercano colpevoli a cui addossare le responsabilità, proclamandosi infallibili rivoluzionari umanisti.
Ma cominciamo dall’inizio…
Nella metropoli e nella parodia della vita che conduciamo, la morte non è altro che un’altra notizia, un’informazione distante fra tante altre, una colonna di giornale, un’altra statistica.
Ogni giorno le persone muoiono negli ospedali per malattia, sulle strade a causa di incidenti, nei luoghi di lavoro, sotto i ponti a causa della droga. E vogliono insegnarci a essere immuni a queste numerose morti anonime.
Perché sono solo semplici numeri: «tre morti in un incidente stradale, due morti per stupefacenti». Non “vendono” sui media, non vengono proiettate nella confezione apparentemente umanitaria, dunque non convincono.Sono morti che, in una parola, non giovano al sistema. Tutti i boia televisivi, dai più conservatori ai più sovversivi, che si dichiararono presumibilmente sconvolti dalle tre morti della Marfin, non sarebbero in grado di affrontare, nemmeno per un minuto, con lo stesso atteggiamento, tutte le morti anonime provocate dal sistema al quale servono fedelmente. La verità è che, sulla base dei fatti del 5 maggio, è stato messo in piedi uno sciacallaggio osceno sui morti e un potente commercio delle emozioni al servizio degli interessi del sistema.
Danno collaterale e sciacallaggio emotivo sui morti
Di fronte all’imminente crisi sociale, lo spettacolo della morte provocò un cortocircuito. Le manifestazioni “indietreggiarono”, i sondaggi dell’opinione pubblica si schierarono contro le manifestazioni e gli scioperi che seguirono, il Primo Ministro depose dei fiori in diretta televisiva, la polizia fece irruzione nel centro sociale “Zaimi” e nel “Centro Immigrati” di Exarchia, i giornali titolarono in prima pagina “murderers-hooded ones”, i fascisti convocarono un raduno davanti alla banca: la situazione arrivò al punto che alcuni clown anarchici da vignetta si dissociarono pubblicamente da simili “bande” e dal “nichilismo individualista”, dal pensiero “caotico-confusionista” e dagli “stupidi assassini”.
Ma al di là della propaganda e delle sue tecniche, il fatto resta un fatto. Tre dipendenti di banca, che non erano obiettivi dell’attacco, morirono durante l’incendio della banca in cui lavoravano. Ora spetta a noi non cadere nella trappola delle statistiche o della manipolazione emotiva. Certamente non useremo il linguaggio del “momento sbagliato” e del “danno collaterale”. Questo è il linguaggio del nemico e richiama alla memoria la retorica dell’esercito americano e dei suoi generali durante la guerra in Afghanistan. D’altra parte, non faremo finta di commemorare la morte di tre persone che, per quanto dolorosa sia stata per le loro famiglie, sarebbe solo una sterile notizia giornalistica se non fosse il risultato, in quel determinato luogo e momento, di una pratica rivoluzionaria.
In poche parole, non rivendicheremo alcuno spazio sentimentale nella “sfera dello spettacolo”, fingendo di essere sconvolti da un delirio umanitario istigato dalla televisione, che ha ridotto in schiavitù molte persone all’interno del movimento radicale. No, non agiamo come i “duri e puri devoti esclusivamente alla causa”, ma riteniamo che se queste tre morti fossero avvenute come “incidente” in un incidente stradale, in pochi ne avrebbero saputo qualcosa, persino come notizia. Non è dunque il triste fatto della morte ad aver agito da catalizzatore nell’innescare un’atmosfera di stordimento e imbarazzo, ma la causa da cui essa è scaturita. Evitando qualsiasi sciacallaggio emotivo sui morti, dobbiamo abbassare la testa e riflettere per affrontare il problema alla sua radice.
È vero che, se si vuole cercare dei feroci assassini, bisogna guardare tra le fila di Vgenopoulos (il proprietario della banca) e dei suoi simili. La sua amministrazione e il suo ordine, insieme all’accettazione da parte del personale, hanno portato a lavorare in una banca apparentemente chiusa, senza protezione antincendio e con porte chiuse a chiave. Bastardi come Vgenopoulos sono gli istigatori della morte fisica e mentale di decine di lavoratori, sia per gli incidenti sul lavoro che per l’umiliazione quotidiana e le condizioni dei contratti di lavoro che impongono la disciplina.
Tenendo a mente questo, possiamo ora affrontare le nostre stesse insufficienze, carenze, errori e negligenze e uscire da un modo di pensare unilaterale che vuole attribuire ai padroni ogni colpa, un modo di pensare che, sebbene possa sollevarci, non ci fa evolvere.
Di chi è dunque la colpa per la morte dei tre dipendenti della banca?
La pratica rivoluzionaria del “mordi e fuggi”
Parliamo ora di opzioni, strategie e abitudini. Innanzitutto, in Grecia, durante le grandi manifestazioni, da decenni il “mordi e fuggi” è pratica ben nota. Si tratta della formazione di piccoli gruppi combattenti di antiautoritari militanti che si separano dal corpo principale dei manifestanti e attaccano a sorpresa obiettivi prestabiliti, come banche, mezzi d’informazione, polizia antisommossa, per poi rientrare nella massa dei manifestanti, colpire nuovamente o scomparire.
Per quanto riguarda la dimensione politica di questa pratica, è importante sottolineare che questo metodo non appartiene esclusivamente a una particolare corrente degli anarchici. Gli anarchici “sociali”, soprattutto in passato quando costituivano una componente più potente, hanno applicato il “mordi e fuggi” con l’obiettivo di deviare la manifestazione e diffondere il conflitto. Secondo loro, in questo modo agiscono da detonatore dell’esplosione sociale e contribuiscono all’inasprimento della lotta sociale.
La corrente intermedia insurrezionalista ha ereditato la pratica del “mordi e fuggi”, l’ha sottoposta a una continua trasformazione organizzativa e si concentra soprattutto sull’esperienza del conflitto e sulle relazioni di solidarietà, auto-organizzazione e superamento dei ruoli che si sviluppano al di fuori degli stereotipi dominanti. L’elemento comune a entrambe le correnti è l’identificazione delle manifestazioni organizzate come momenti della lotta sociale che tanto gli “anarchici sociali” quanto gli insurrezionalisti promuovono attraverso la loro presenza e la loro azione all’interno delle manifestazioni.
La nuova corrente anarchica individualista-nichilista, che abbiamo definito il terzo polo, elabora una nuova concezione della lotta sociale e delle manifestazioni. Nella massa di decine di migliaia di persone che affluiscono alle manifestazioni dei lavoratori, non riconosciamo necessariamente persone che condividono il nostro stesso codice di valori o che parlano il linguaggio della liberazione. La mobilitazione sociale è un miscuglio di incoerenze e comportamenti che abbraccia tutti gli aspetti del pensiero umano: dal conservatorismo contadino al patriottismo di sinistra, alle alternative, al riformismo, fino all’anarchia.
Le manifestazioni sono la somma di migliaia di individui con percorsi differenti, talvolta persino ostili gli uni agli altri, ma uniti da una rivendicazione corporativa, come le leggi sulle assicurazioni. La stragrande maggioranza dei partecipanti a queste manifestazioni chiede di tornare alla vecchia quotidianità, prima che venisse approvata la legislazione che ha leso i loro diritti, oppure, nella versione più di sinistra, chiede di migliorare la situazione attraverso soluzioni più progressiste e umanitarie, entro i limiti del capitalismo o dello statalismo comunista. Non è un caso che i principali slogan delle manifestazioni chiedano l’applicazione di leggi giuste contro i provvedimenti incostituzionali del governo.
Persino la deviazione violenta di un’intera manifestazione è spesso un concentrato di contraddizioni. Durante l’aggressivo assedio al Parlamento del 5 maggio, alcuni manifestanti cantavano l’inno nazionale, altri lanciavano pietre, altri ancora invitavano la polizia antisommossa a unirsi a loro, il Partito Comunista indicava i provocatori, altri gridavano contro chi rompeva le banche e altri li applaudivano, mentre gli anarchici erigevano barricate. Un pantheon di tutti i comportamenti, con migliaia di ripetizioni degli ultimi trent’anni.
Avanguardia rivoluzionaria e militarismo rivoluzionario
Noi e la nostra concezione non rappresentiamo un’avanguardia rivoluzionaria illuminata né una cricca elitaria. Ognuno di noi ha assaggiato le contraddizioni, vi si è rotolato dentro e vi ha partecipato fino a quando il bisogno di sviluppo personale e spirituale, le esperienze diverse, le discussioni e le osservazioni collettive, alcune pagine interessanti di libri e manuali, il pensiero individuale e il desiderio di spingere oltre l’azione rivoluzionaria hanno imposto una riflessione sulla nostra partecipazione alle manifestazioni. Per lo spazio di pensiero e azione che esprimiamo, non ci accontentiamo più che i conflitti semplicemente scoppiino.
Crediamo nelle strutture organizzate d’impatto e in posizioni chiaramente rivoluzionarie, dotate di memoria nel presente e in prospettiva. Non c’è alcuna relazione tra l’anarchico mascherato che “spacca e brucia” perché rifiuta gli avanzi che gli vengono concessi come vita, la cultura dello spettacolo, il valore del denaro e una coscienza sottomessa, e il lavoratore “arrabbiato” che, solo quando avverte un intorpidimento nel proprio portafoglio, alza la testa per un breve momento. È la stessa persona che, prima, quando si sentiva a proprio agio nella normalità, era infastidita dai “provocatori”.
Esiste un enorme divario di valori che nessuna violenza e nessun momento di conflitto potranno colmare, se non vi sono consapevolezza essenziale e conoscenza di sé. In questa direzione della coscienza rivoluzionaria, consideriamo contributi i proclami, i testi, i libri, gli opuscoli, gli slogan sui muri e i manifesti. Questa è la nostra propaganda d’attacco teorica contro un sistema che deve morire.
E le manifestazioni? Anche le manifestazioni contribuiscono, ma dobbiamo guardarle da una nuova prospettiva. Nessuno nasce guerrigliero o rivoluzionario: si tratta di un processo progressivo di evoluzione attraverso il quale si definisce la propria vita senza compromessi.
Le manifestazioni, come quella del 5 maggio, sono il necessario preludio, il luogo adatto per chi vuole entrare in contatto iniziale con la violenza rivoluzionaria. Attraverso di esse, la crescita del “mordi e fuggi” in condizioni sfavorevoli, con centinaia di poliziotti in città, rappresenta un’esperienza fondamentale per chi vuole affinare i propri strumenti teorici e pratici in vista della battaglia metropolitana. Questi sono i requisiti necessari per sviluppare altre forme d’azione della nuova guerriglia.
Il nostro obiettivo è organizzare il “militarismo rivoluzionario”. Si tratta di una concezione antigerarchica, senza leader, gradi e seguaci, che promuove la creazione di piccoli gruppi combattenti antiautoritari e flessibili, che mappino la città, gli obiettivi e le vie di fuga e che siano adeguatamente equipaggiati. Questi gruppi sviluppano relazioni con i rispettivi gruppi di affinità, sono aperti — con la necessaria cautela — a nuovi compagni, elaborano piani d’attacco e utilizzano le “manifestazioni per i diritti dei lavoratori” come cavallo di Troia delle campagne rivoluzionarie, senza diventare ostili.
Non si tratta dunque di partecipare o meno alle manifestazioni, ma di evolvere.
Siamo convinti che solo attraverso la dimensione organizzata della violenza rivoluzionaria si possano promuovere coerenza, continuità e severità che “impedirebbero” il ripetersi di “fallimenti” futuri con conseguenze tragiche come quella della Marfin. Questa è l’unica strada attraverso cui il nuovo movimento guerrigliero potrà diffondersi come concezione e pratica, provocando il caos nella sterile routine della noia organizzata.
Le spie e le conseguenze
Tutto questo è scritto come contributo a un campo dialettico di pensiero e azione tra correnti politiche differenti, e non per giustificare o coprire qualcosa. È risaputo che l’attacco specifico alla Marfin non recava un marchio ideologico preciso del pensiero e del contenuto politico delle persone che agirono in quel luogo. Sulla base dell’obiettivo — una filiale bancaria — chiunque, appartenente a qualsiasi corrente politica, anarchica e non solo, avrebbe potuto darle fuoco. Ma naturalmente è molto comodo per gli “squali delle assemblee” attribuire quanto accaduto alla nostra corrente politica.
Le dichiarazioni di fedeltà e i testi di missionariato umanitario diffusi da alcuni collettivi anarchici, insieme alla certezza accusatoria sull’origine degli “autori”, hanno definitivamente smentito gli argomenti politici sulla “corrente nichilista” che “parassita il movimento anarchico”. La loro natura pittoresca non ci disturba, ma quando certe persone arrivano al punto di indicare persone nelle assemblee e nei caffè solo per soddisfare le orecchie desiderose della polizia, allora tali individui saranno trattati per ciò che meritano: come spie, con le conseguenze che ne derivano.
Azione mirata e fallimenti autistici
Tornando al come e al perché del caso Marfin, indipendentemente dalla corrente anarchica che ciascuno sente di esprimere, sia a livello individuale che collettivo, dobbiamo riconoscere che i tre movimenti politici — “anarchici sociali”, “insurrezionalisti” e “individualisti-nichilisti” — hanno una caratteristica in comune: la chiara delimitazione dell’azione mirata, che include edifici governativi, forze dell’ordine e simboli della ricchezza.
I tre dipendenti che lavoravano il giorno dello sciopero non possono essere considerati né nemici né alleati. In nessun caso, quindi, possono essere considerati l’obiettivo dell’attacco.
Con quanto scritto, il nostro obiettivo non è abbellire la situazione né osservare la logica delle equidistanze. Per questo motivo, ai margini della delimitazione degli obiettivi, non dimentichiamo gli attacchi autistici contro obiettivi privi di significato, come fermate degli autobus, telefoni pubblici, chioschi e automobili prese a caso, ma siamo in grado di riconoscere che si tratta di un campione di irresponsabilità invalido che non ha mai influenzato sostanzialmente nulla.
Al contrario, l’edificio della Marfin, in piazza Korai, in quanto palazzo bancario, costituiva un ottimo obiettivo.
Non sappiamo esattamente cosa sia successo e cosa sia stato detto, ma conosciamo le debolezze croniche che, a nostro avviso, hanno contribuito al risultato. Ci riferiamo al feticismo della violenza disorganizzata e alla perdita d’importanza attribuita ai mezzi d’attacco.
«Le armi scariche uccidono…»
Per dirla in modo crudo, è solo una questione di fortuna che l’incidente alla Marfin non si sia verificato prima. Ogni ribelle dovrebbe sviluppare una relazione particolare di comprensione e percezione dei mezzi d’azione che utilizza. Tutti i mezzi d’azione, dalla pietra alla mitragliatrice, possono ritorcersi contro di noi con la stessa facilità. Per questo motivo si dice che le armi “scariche” uccidono più facilmente di quelle “cariche”.
Le armi “scariche” sono anche quei mezzi il cui possessore non è consapevole del loro utilizzo o della loro efficacia.
Così, con gli eventi della Marfin, alcuni “hanno scoperto l’America”. Eppure, per tanti anni, la situazione è stata simile. Quante volte, in passato, durante le manifestazioni o gli attacchi notturni, i compagni si sono feriti o ustionati con le bottiglie molotov perché erano costruite male o perché qualcuno si precipitava a colpire per primo. Quante volte le teste dei compagni sono state spaccate dalle pietre lanciate alle loro spalle da qualche altro “impaziente” senza nemmeno vedere il bersaglio? E quanti litigi tra anarchici durante le manifestazioni a causa di atteggiamenti e percezioni differenti!
Gli esempi sono innumerevoli. Tutti questi esempi implicano la stessa debolezza: lo scisma tra teoria e pratica, tra coscienza e azione.
La violenza rivoluzionaria appare come un feticcio, riproducendo spesso modelli di comportamento arrogante e dominatore, nonché ruoli e “specializzazioni”. Questa contraddizione comportamentale all’interno del movimento radicale funziona come una gerarchia di potere nella classificazione delle leadership informali.
Accanto a questo comportamento, però, esistono nuovi compagni che ereditano tali relazioni e, a loro volta, ma anche con la propria responsabilità individuale, le riproducono come una copia difettosa. La violenza, i mezzi, il loro utilizzo, la loro fabbricazione, le precauzioni, la sperimentazione e le tecniche non sono mai state messe sul tavolo delle procedure collettive per rimuovere il feticismo e permettere che la conoscenza e il possesso effettivo entrino in gioco. Era un privilegio dei più “iniziati”, che in questo modo “proteggevano” i propri “ranghi”. La violenza diventa così un gioco di adrenalina, una competizione informale per vedere chi ha “spaccato” di più.
Al contrario, riteniamo che sia la coscienza a spingerci a sviluppare le nostre capacità e conoscenze di combattimento, così da poter attaccare l’avversario.
«Durante l’addestramento, tutti i preparativi militari erano subordinati alla politica: quando maneggiavamo sostanze chimiche sensibili, ci veniva detto di pensare sempre all’ideologia e che così avremmo potuto fare tutto nel modo giusto.» (Ampimael Guzmán, organizzazione rivoluzionaria Sendero Luminoso).
Accanto al feticismo della violenza, si sviluppa una conoscenza imperfetta. Alcuni compagni ignorano l’efficacia e il pericolo dei mezzi di violenza e ne fanno un uso eccessivo, come durante le esercitazioni di combattimento scenico all’interno dei rifugi universitari o negli attacchi disorganizzati contro la polizia antisommossa a Exarchia, con decine di bottiglie molotov. In questi casi, l’unico risultato che si ottiene è quello di annerire l’asfalto, mentre se le stesse persone avessero discusso e fossero state organizzate, avrebbero potuto colpire la polizia e incendiare il furgone antisommossa.
Parte di questa tradizione di adorazione e, al contempo, di ignoranza nell’uso dei mezzi è anche la critica degli “esperti” statici della violenza. Si tratta di una rete di atteggiamenti sprezzantemente critici, provenienti dalla posizione sicura di chi non partecipa alla pratica rivoluzionaria, ma che si nascondono dietro la scusa della conoscenza dell’esperienza “più vecchia”, «quando le cose non erano come oggi, ma erano migliori». Logiche sospese che ostentano vecchie esperienze armate e violente e che, ogni volta, stabiliscono il corretto uso della violenza e il contenuto del movimento guerrigliero, si affannano a svalutare qualsiasi pensiero e pratica innovativi. Sindromi di un modo di pensare codardo e timido che ammira e apprezza ciò che è lontano, all’interno della sicura sfera dello storicismo, e dimostra un’arroganza cartacea verso ciò che cerca di accadere qui e ora.
In tutta questa confusione, le persone che hanno dato fuoco alla Marfin o non hanno visto le persone all’interno, dimostrando negligenza, e non è la prima volta che accade, come nell’attacco notturno organizzato contro la Banca Nazionale nel vicolo di via Panepistimiou, quattro anni fa, quando due o tre persone rimasero intrappolate sul tetto, o, cosa ancora peggiore, le hanno viste, ma non hanno creduto che potessero morire a causa di alcune bottiglie molotov.
Siamo convinti, senza conoscerli, che se qualcuno avesse dato loro una pistola, non avrebbero sparato contro i dipendenti. Quindi, non volevano ucciderli, anche se probabilmente circolavano voci ciniche che dicevano: «Lasciateli morire, sono impiegati di banca».
Se qualcosa ha portato agli eventi del 5 maggio, è l’ascesso di una tradizione dominante che ha covato per decenni all’interno del movimento radicale e ora, prima di tutto, ognuno deve rispondere a se stesso facendo autocritica. Gran parte di ciò che è scritto qui incontra la nostra stessa comprensione esperienziale e le nostre stesse carenze, non si tratta di sofismi provenienti da qualche “estraneo”.
Per questa ragione, la scintilla che ci stimola ulteriormente a riflettere e agire ci spinge verso la futura pubblicazione di un manifesto che esprima le posizioni e i valori della corrente del nichilismo, dell’anarchismo individualista e del terrorismo rivoluzionario che esprimiamo.
Allo stesso tempo, il recente comunicato di un «gruppo di compagni che hanno contribuito all’attività distruttiva nel centro della città durante la manifestazione del 5 maggio» dimostra che ogni esperienza che voglia definirsi rivoluzionaria dovrebbe dare la priorità alla creazione di spazi e momenti dedicati alla discussione e alla riflessione. I compagni, attraverso il loro testo, hanno lavorato direttamente al processo di riavvio di una dialettica rivoluzionaria sostanziale, indipendentemente dai disaccordi e dagli accordi.
Perché la scommessa della rivoluzione non si gioca né attraverso termini di superiorità militare né attraverso aforismi religiosi privi di contenuto politico. Il nuovo movimento della guerriglia urbana è un processo che “colpisce” innanzitutto il centro delle relazioni umane. Da lì comincia tutto.
Cospirazione delle Cellule di Fuoco
Gruppo Guerriglieri Terroristi
Fazione Nichilista
[Pubblicato in inglese il 10 luglio 2010 in https://actforfreedomnow.blogspot.com/2010/07/announcement-about-latest-events-on-5th.html | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/08/14/cospirazione-delle-cellule-di-fuoco-e-la-morte-non-avra-piu-alcun-potere-comunicato-sugli-eventi-del-5-maggio-2010/]
