“A gridare «al lupo, al lupo!» troppo spesso…”. Note sulla questione della militarizzazione della società
A gridare «al lupo, al lupo!»
troppo spesso…
1- Da più di vent’anni la militarizzazione della società costituisce un vero e proprio feticcio interpretativo per gli ambienti radicali dello Stivale, e non solo. Una formula buona per tutte le stagioni: camionette dell’Esercito a presidio delle piazze ”sensibili” dal 2008, anno di avvio dell’operazione Strade sicure, militari nelle scuole in cerca di nuove reclute, tendenza alla militarizzazione delle forze di polizia e all’assunzione di compiti legati alla gestione dell’ordine pubblico da parte dei militari, guerre come operazioni di polizia internazionale, irreggimentazione delle coscienze attraverso l’utilizzo di un linguaggio militaresco, propaganda sciovinista, progetti di ricerca a favore o in collaborazione diretta con l’industria bellica, potenziamento dei dispositivi repressivi, percezione diffusa dell’opposizione sociale, interna – purtroppo, e stante la gravità degli sviluppi in corso, ancora debole – alla stregua di un nemico da contenere facendo ricorso a strategie e tattiche contro-insurrezionali mutuate da contesti di guerra civile, stati di emergenza permanenti, coprifuochi, certificazione degli spostamenti sperimentati durante la pandemia di Covid-19. Tutte chiare manifestazioni della militarizzazione della società in atto! Stando così le cose, davanti ad un processo talmente lungo, diffuso e capillare, capace di coinvolgere la totalità della popolazione, non si capisce come mai la società civile nel suo complesso non si muova a passo dell’oca per le strade delle città; a maggior ragione in una fase in cui la guerra guerreggiata è a due passi da casa e, nonostante i negoziati di ”pace” continuino, non accenna a fermarsi. Allora? Neghiamo la realtà e la rilevanza delle molteplici facce del processo di militarizzazione della società? Non c’è mica bisogno della reintroduzione della naja per capirlo, dirà l’attivista perspicace; la svolta autoritaria in corso, ci verrà detto, è volta anche a velocizzare questa dinamica.
2- Il punto è che la questione, posta in questi termini, perde di senso, anzi rischia di cadere nel ridicolo. È chiaro che la provocazione lanciata non ha lo scopo di negare completamente i fenomeni elencati, semmai di soppesarne la portata in relazione alla fase in cui ci troviamo e soprattutto alle prerogative dello Stato, al di là della sua gradazione democratica, e degli interessi immediati delle classi
dominanti di cui è espressione. Va da sé che per parlare di militarizzazione della società non è sufficiente applicare meccanicamente una serie di criteri, di condizioni, di c’è o non c’è, per i quali, alla scala di ogni singolo Stato, si procede ad apporre una x sulle voci di un elenco rispondenti al suddetto processo. Le cose sono un po’ più complesse di come si vorrebbero. La corsa al riarmo, l’aumento delle spese militari, un crescente protagonismo dell’industria bellica o un surplus di repressione interna, non è detto che debbano sempre coincidere con la militarizzazione della società, espressione che può risultare alquanto fumosa se non inquadrata storicamente. Essa si è data realmente – e continua darsi a certe condizioni, come in Iran, Israele o in Ucraina, per fare solo alcuni esempi evidenti – quando per le classi dominanti, per le borghesie nazionali, è risultato necessario mobilitare in tempi celeri, con una prospettiva anche di lungo periodo, la maggioranza della popolazione contro uno o più nemici contemporaneamente, sia esterni che interni. Tale mobilitazione poteva rispondere anche alla necessità di compattare la popolazione facendo leva su una condizione di isolamento o accerchiamento della nazione, su una minaccia presentata come universale, tendente a prendere in causa tutte le componenti sociali della nazione – quindi ben oltre la divisione in classi della società – in particolare quelle referenti del patto sociale alla base del dominio di classe garantito dall’esistenza dello Stato. Da qui le molteplici sfumature religiose, razziali, culturali, ecc dei vari pretesti storici su cui si è poggiato il richiamo all’Unità della nazione in difesa della patria e all’immediata irreggimentazione del corpo sociale. L’avvio e il pieno dispiegamento di tale processo – che prende corpo all’interno dei confini nazionali – può essere ostacolato, a certe condizioni, dalla presenza di intensi conflitti sociali, di una lotta di classe generalizzata e di un insieme di rivolte suscettibili di sbocchi insurrezionali, dunque capaci di minare le basi non solo dei governi in carica, ma del patto sociale alla base dello Stato stesso. In presenza di condizioni simili la risposta di qualsiasi governo e classe dominante, i recenti eventi in Iran lo dimostrano chiaramente, è stata e sarà sempre la stessa: piombo sugli ammutinati. La diffusione, la persistenza e la violenza delle lotte di classe, che, raggiunta una determinata soglia critica, implicano la conquista da parte degli sfruttati di un’autonomia (ideologica, organizzativa, strategica, tattica e militare) nella propria battaglia contro il capitale e le sue strutture, in specifiche contingenze, può suscitare un’accelerazione della dinamica di militarizzazione della società, già presente in stato embrionale. In quanto volta a combattere anche un
nemico interno, dalla consistenza numerica variabile a seconda del contesto storico, della struttura economica e sociale di riferimento, la dinamica di militarizzazione non può arrivare a coinvolgere la totalità della popolazione. La lotta di classe sottrae il proletariato ad essa senza fermarla. Anzi, quanto più l’azione autonoma del proletariato è incisiva, violenta e incontrollabile, il ché presuppone una visione definita ed il più possibile chiara e condivisa degli sbocchi della sua lotta contro il potere della classe dominante, tanto più quest’ultima sarà costretta a fare ricorso a tutti gli strumenti, ai mezzi e alle strutture militari e repressive per contrastarne la spinta al sovvertimento dei rapporti sociali esistenti. Il Biennio rosso italiano e l’avvento del fascismo a tal proposito sono esemplificativi. In presenza di conflitti sociali deboli o gestibili, non eccessivamente diffusi, isolati e incapaci di connettersi all’interno dei confini nazionali, la repressione, l’applicazione di una disciplina militaresca alla società civile, il dilagare della peste nazionalista, il coinvolgimento della popolazione civile stessa nella repressione dei
“traditori della patria”, dei sovversivi, degli «agenti del nemico esterno», possono dispiegarsi con relativa facilità, spesso con violenza altrettanto inaudita. In questo caso è indicativa la situazione negli Stati Uniti sul finire del primo macello imperialista: feroce repressione degli scioperi armati, caccia al sovversivo e agli wobblies in tutto il territorio nazionale, trasformazione delle scuole, di parte dei complessi produttivi strategici e dei contesti sociali di tempo libero in vere e proprie caserme, assalti alle sedi sindacali, comuniste e anarchiche, utilizzo della popolazione giovanile e di organizzazioni scoutistiche nella denuncia dei «traditori», nella rimozione di manifesti e volantini dati sistematicamente alle fiamme, drastica limitazione della libertà d’associazione politica, ecc. Le due esperienze storiche del secolo passato prese in considerazione evidenziano il ruolo cruciale svolto da specifici organismi d’inquadramento – che tuttavia si pongono in diretta continuità con le strutture esistenti e presenti in ogni sfera della vita sociale, pubblica e privata, formale e informale dei cittadini – in una cornice
di militarizzazione della società. Strutturate gerarchicamente e rette da una disciplina di tipo militare o paramilitare, controllate direttamente dalla Stato o legate a doppio filo ad esso, tali strutture si propongono di coinvolgere tutte le componenti della popolazione: bambini, lavoratori e lavoratrici, madri, associazioni di mestiere, sportive, educative, ludico-ricreative, ecc. Esse, allo stesso modo del complesso e ramificato apparato propagandistico sostenuto da un variegato insieme di mezzi e tecnologie della comunicazione di massa, rappresentano uno strumento imprescindibile per l’efficace dispiegamento di un processo di irreggimentazione della società che è impossibile descrivere una volta per tutte, e ancor di più prevedere esattamente nei suoi possibili futuri sviluppi. Il richiamo è quello ad una grande struttura a rete, ma diretta e gestita in maniera centralizzata.
3- Verrebbe allora da domandarsi se il processo in questione abbia veramente necessità di una preparazione di lungo periodo. L’esemplare di attivista che ci richiama a non sottovalutare il fenomeno del resto potrebbe contraddirsi da solo sostenendo che durante la pandemia di Covid-19 diverse generazioni hanno sperimentato in prima persona cosa significano delle misure da «tempi di guerra»: coprifuochi, lockdown, spostamenti limitati e da giustificare volta per volta, ecc. Se tralasciamo il fatto che l’impiego di misure simili non autorizza comunque a paragonare la gestione della prima fase pandemica ad un vero e proprio stato di guerra con relativa militarizzazione della società – la contravvenzione ai diversi DCPM emanati durante il 2020/2021 comportava sanzioni pecuniarie, una conseguenza, per quanto sgradevole, piuttosto diversa dall’arresto immediato, dai pestaggi e dall’incarcerazione (o dalla fucilazione sommaria, perché no?) conseguenti alla violazione del coprifuoco in Italia durante le due guerre mondiali – il nostro attivista dice qualcosa di giusto: quegli assaggi non hanno avuto bisogno di particolare preparazione. Si è
trattato di qualche atto amministrativo emanato in poche ore, applicato più o meno fermamente a seconda dei contesti territoriali e dell’arbitrio dello sbirro di turno, a partire dalla dichiarazione di uno stato di emergenza. Per quanto riguarda episodi di violenta repressione interna, come i tredici assassinii perpetrati dallo Stato nelle galere in rivolta (marzo 2020), lo Stato d’emergenza non è mai stato una condicio sine qua non per procedere, in Italia come altrove. È sufficiente buttare un occhio alla repressione nel sangue dei moti contadini e operai nei due decenni direttamente successivi alla proclamazione della Repubblica italiana, oppure all’epilogo della rivolta avvenuta all’interno del carcere di Attica, negli Stati Uniti, nel 1971. Tutto ciò, e qui arriviamo al punto, per dire che la valutazione di episodi e manifestazioni simili dovrebbe svilupparsi a partire da ciò che lo Stato e le classi dominanti sono, da ciò che materialisticamente sono portate a fare dagli eventi, sulla base delle risorse e delle possibilità di cui dispongono, valutando, di volta in volta, con un occhio al termometro della lotta di classe, fin dove possono spingersi, facendo ricorso a tutto l’armamentario di cui dispongono. I rapporti di forza nello scontro tra le classi sono determinanti ed essenziali per interpretare il comportamento degli Stati, anche a fronte di congiunture inedite. Questo, oltre alla questione della militarizzazione della società, vale anche per i decreti sicurezza, così come per l’azione dei capitalisti nei confronti della condizione della
classe lavoratrice. In assenza di lotte classiste forti e diffuse, non si può pensare che gli spazi lasciati al padronato e allo Stato rimangano vuoti. Salvo per coloro che hanno deciso di abbandonarsi al piagnisteo e a facili vittimismi, è inconcepibile che gli amministratori del capitale e lo Stato, in vista di una prossima ripresa del conflitto sociale, non rinforzino le posizioni conquistate nel corso degli anni con tutti i mezzi di cui dispongono – a maggior ragione in una fase di ristagno della lotta di classe che dura da più di quarant’anni – colpendo, proprio sfruttando l’attuale isolamento delle lotte rivendicative e delle manifestazioni di rabbia e frustrazione per lo stato di cose presente, nella maniera più dura possibile, coerentemente con gli strumenti che si sono dati. È altrettanto inconcepibile pensare che questi margini di azione da parte dello Stato siano eterni, che di fronte ad una ripresa del movimento proletario esso potrà fare il bello ed il cattivo gioco senza resistenze, e che tutti i suoi dispositivi, decreti-legge, ecc, si rileveranno onnipotenti. C’è un ulteriore rischio, frequentemente ignorato, connesso al paradigma-feticcio della militarizzazione permanente della società, per certi versi analogo a quello della crisi permanente del capitalismo: a forza di sostenere che questi processi sono già operanti si rischia di non individuarli nel momento in cui dovessero pienamente e rapidamente prendere corpo. Non solo, se lo Stato accresce costantemente il proprio potere, allora che fare? Si può eventualmente finire per credere che un blocco stradale durante uno sciopero non sarà più fattibile a causa degli inasprimenti di pena dell’ultimo decreto sicurezza….per poi essere smentiti dai fatti: dagli scioperi dell’autunno 2025 alla recente mobilitazione degli operai ex-Ilva, ad esempio. Le esibizioni di forza da parte dello Stato e dei padroni, il loro mostrare i muscoli, le intimidazioni e i moniti, le punizioni esemplari, per quanto reali, tangibili e drammatici, sono qualcosa di sostanzialmente diverso dalla militarizzazione della società. Rilevare tale differenza non significa lasciarsi andare ad alcun confortevole attendismo o spirito di passiva accettazione, né sottovalutare la portata di una serie di provvedimenti e dispositivi repressivi introdotti nel corso degli anni dai governi, ma dotarsi di strumenti analitici adeguati al fronteggiamento degli eventi.
4- La nazionalizzazione della masse – che, in Europa, dal tardo Ottocento alla fine del secondo conflitto mondiale, aveva preso le mosse dal consolidamento dei confini, dell’identità, della lingua, della storia e dei miti nazionali – riveste un ruolo fondamentale in un reale processo di militarizzazione della società. Evidentemente il nazionalismo populista con cui abbiamo a che fare oggi, con particolare riferimento ai paesi occidentali, se qualche volta tenta di scimmiottare le pose e i contenuti di quello novecentesco, ha una propria peculiarità. Volendo prendere brevemente in considerazione il caso dell’Italia, la sua classe dominante ha rinunciato almeno da ottant’anni – chiaramente non per professione di pacifismo né per le tanto celebrate (e immaginarie) limitazioni poste dall’articolo 11 della Costituzione – a proiettare i propri interessi di rapina nei confronti di altre aree geografiche attraverso guerre d’invasione e occupazione. Sicuramente la questione è ben più complessa e non adeguatamente affrontabile in questa sede. La classe dominante italiana, nel corso degli ultimi decenni, ha certamente continuato a portare avanti i propri interessi strategici oltre i confini nazionali, come nel caso del settore energetico o del controllo dei flussi migratori in Libia, mediante accordi e mezzi che si commentano da soli. Ma, per farla breve, una
classe dominante intenzionata realmente a introiettare uno spirito ferventemente nazionalista nella propria popolazione deve prima di tutto essere disposta e preparata a fare la guerra in tempi che non siano biblici oppure sentirsi seriamente minacciata. Questo, allo stato attuale, non sembra affatto il caso del padronato italiano, che continua a piagnucolare per il venir meno degli ottimi rapporti d’affari con la Russia e l’aumento dei costi energetici che penalizzano la competitività dell’industria nazionale; il quale si trova in balia di eventi su cui l’Unione Europea stessa ha dimostrato di aver poca presa, tanto da essere praticamente esclusa dai negoziati in corso tra Russia e Ucraina. La disponibilità al riarmo, con la speculazione e i profitti che ne conseguono, non va quindi confusa con la disponibilità, che è determinata dalle risorse, dalle capacità e dalla forza impiegabili, a fare o prendere parte attivamente alla guerra nel breve termine. A questo bisogna aggiungere il problema demografico con cui si scontrano i progetti di potenziamento dell’Esercito italiano, la scarsa volontà a sacrificarsi per la Patria mostrata dai giovani, le criticità strutturali con cui le Forze armate italiane devono confrontarsi, la dipendenza estrema da paesi terzi, soprattutto dagli Stati Uniti, nella produzione e nell’approvvigionamento di componentistica e sistemi d’arma, sistemi missilistici, mezzi corazzati, ecc.
5- La forma di nazionalismo con cui abbiamo a che fare e l’identità nazionale da esso veicolata appaiono più come un appiglio, un falsa garanzia presentata alle masse ”autoctone” di non sprofondare al fondo della scala sociale, al fianco delle minoranze reiette della comunità-capitale, nel mirino degli stati e delle loro politiche securitarie. Il ragionamento è parzialmente estendibile agli USA. La rilevanza acquisita dall’ICE – attestata da destinazioni di risorse e fondi federali senza precedenti – a più di vent’anni della sua costituzione non è affatto casuale. L’adesione individuale a questo genere di nazionalismo, a maggior ragione se agita da cittadini che autoctoni non sono – che magari hanno acquisito la cittadinanza a seguito di anni di permanenza, in condizioni di precarietà e difficoltà sociale anche estrema e prolungata, sul territorio nazionale – consente di rivendicare legittimamente un accesso privilegiato alle briciole di welfare e servizi erogati dalla Stato, ma anche a determinati posti di lavoro, impieghi e mansioni. Ci confrontiamo dunque con un nazionalismo apparentemente meno potente di quello di novecentesca memoria, nella misura in cui la sua capacità di toccare, di pizzicare le corde giuste della ”sensibilità” dei cittadini, soprattutto delle classi medie, non è certo la stessa dei nazionalismi europei dei primi decenni del secolo passato. D’altra parte la cornice storica è profondamente mutata. L’aspetto invariante però sta proprio nel carattere reazionario, essenzialmente antiproletario connaturato al fenomeno nazionalista: un dispositivo ideologico progettato per sventare dal principio la propagazione della solidarietà, dell’identità e della lotta di classe, fomentando la divisione del proletariato su base etnica, religiosa e di reddito. Non sorprende perciò che il terreno di coltura del nazionalismo sia propria il ristagno delle lotte classiste, l’individualismo imperante, la concorrenza, diffidenza e divisione tra proletari, incapaci di riconoscersi come classe. Ma, davanti ad un contesto di progressivo e ininterrotto logoramento della condizioni di vita della nostra classe, ai tagli alla spesa sociale, all’incertezza del futuro, ad una vita senza senso, all’impoverimento e alla proletarizzazione di frazioni crescenti di classe medie, è immaginabile che il virus nazionalista troverà le condizioni favorevoli al contagio delle popolazioni come un tempo? È una possibilità che non può essere esclusa aprioristicamente, anche perché le difese immunitarie del proletariato non sono mai state così basse. La certezza è che il capitale e gli stati devono fare ancora i conti col loro potenziale becchino, di cui, finché esisteranno, non potranno mai sbarazzarsi.
[Ricevuto via e-mail e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/02/23/a-gridare-al-lupo-al-lupo-troppo-spesso-note-sulla-questione-della-militarizzazione-della-societa/]
