Sabotiamo la guerra e la repressione. Manifestazione e convegno a Viterbo il 7 e 8 febbraio 2026

Sabotiamo la guerra e la repressione. Manifestazione e convegno a Viterbo il 7 e 8 febbraio 2026

Da almeno quattro anni la guerra è prepotentemente il marchio del nostro tempo. Non che essa se ne fosse mai andata, anzi si può dire che il secolo nato sotto il segno della cosiddetta “Guerra infinita” – a partire dall’11 settembre 2001 – sta mantenendo tutte le sue promesse. Una strategia, quella lanciata all’epoca dall’amministrazione Bush, che si è manifestata in un quarto di secolo di aggressioni imperialiste da parte del blocco NATO-sionista, in Afganistan, in Iraq, in Palestina. Il genocidio tuttora in corso a Gaza ne è l’ultima e più drammatica espressione.

Con l’esplosione del conflitto su larga scala tra NATO e Federazione Russia in Ucraina a partire dal febbraio del 2022, la dinamica si allarga e cambia natura, diventando in quella regione un confronto diretto fra blocchi di Paesi capitalisti e altamente industrializzati, di dimensioni continentali e dotati di migliaia di armi nucleari. Il tutto avviene sullo sfondo dell’attrito tra gli USA e il loro principale concorrente, la Cina. In questo senso la guerra da allora è diventata non solo un fatto esotico, relegato nell’immaginario alle popolazioni che l’Occidente in questi anni ha massacrato e provato a sottomettere, ma una lugubre incombenza anche a quelle latitudini, come le nostre, dove non la si credeva immaginabile.

Centrale come sempre nella guerra è il ruolo della propaganda. Sfacciata, inqualificabile l’operazione mediatica di chi, dopo aver per un quarto di secolo mostrificato chi si oppone alle truppe occidentali come un terrorista, dopo aver giustificato Guantanamo, i rapimenti extragiudiziali, le torture e le esecuzioni, dopo aver incensato le invasioni statunitensi ed europee come campagne di liberazione, ora, nel conflitto ucraino, dove si combatte effettivamente una guerra simmetrica, una guerra altamente tecnologica con droni, missili e satelliti e al contempo una guerra di carri armati e di trincee, lì ci si inventa l’operazione della “resistenza” ucraina e si cantano le ballate della legittima lotta contro l’invasore.

Il tema della propaganda di guerra è evidentemente connesso con quello della censura. Ce lo testimonia da ultimo una serie di misure liberticide che anche in Italia uniscono destra e sinistra del campo borghese; dal ddl Gasparri (Forza Italia) a quello Del Rio (PD) parliamo di progetti di legge tesi all’equiparazione, dalle scuole alle aule di tribunale, dell’antisionismo con l’antisemitismo. Il Pacchetto-Sicurezza (ex ddl 1660) già approvato introduce il cosiddetto “terrorismo della parola”, insieme a un vasto pacchetto di norme dal sapore esplicitamente classista tese a schiacciare con anni di galera le rivolte nelle carceri, le manifestazioni di piazza, i picchetti operai e i blocchi stradali che da sempre sono espressione della lotta di classe, persino in un ambito sindacalistico e contrattualistico.

Quindi, più in generale, è il tema della guerra a essere connesso con quello della repressione. Innanzitutto in termini generali, come repressione sociale. Quando lo Stato si prepara alla guerra, quella che prepara è soprattutto la guerra della borghesia contro il proletariato. La guerra permette al capitalismo internazionale di travasare immense ricchezze dal welfare al warfare nel fronte interno, avviando una gigantesca corsa al riamo finanziata attraverso politiche di macelleria sociale e manovre economiche di “lacrime e sangue”, tese esclusivamente a ingrassare le oligarchie padronali, moltiplicandone i profitti. E l’ex ddl 1660 mira esattamente a questo ambito del fronte interno: nel momento in cui si profila un’enorme espropriazione delle ricchezze dai salariati alla macchina militare (sintetizzabili nell’obiettivo del 5% del PIL da investire in armamenti), bisogna preventivare la necessità di reprimere le possibili opposizioni sociali a questo salasso, tappare la bocca a chi potrebbe sobillarne la dinamica in termini di radicalità, quindi preventivare di dover schiacciare sommosse in prigioni che ovviamente saranno sempre più piene.

Contemporaneamente alla repressione sociale che riguarda tutta la classe sfruttata, si delinea una repressione specifica contro i rivoluzionari affinando degli appositi strumenti di annientamento. In particolare contro il movimento anarchico gli ultimi quattro anni sono stati caratterizzati da uno stillicidio di operazioni repressive, spesso incentrate proprio sul tema della censura: dall’operazione Sibilla contro il giornale anarchico “Vetriolo” all’operazione Scripta Scelera contro il giornale anarchico internazionalista “Bezmotivny”, passando per l’operazione “Diana”, incentrata in larga parte su iniziative editoriali (il giornale anarchico “Beznachalie”, la rivista “i giorni e le notti”, l’opuscolo “Nel vortice della guerra”, il sito ilrovescio.info), che vedrà l’udienza preliminare a Trento il prossimo 26 gennaio. L’apice di questo tipo di attacchi al movimento anarchico è stato raggiunto con la decisione sciagurata di trasferire l’anarchico Alfredo Cospito in 41 bis, dopo 10 anni di prigione in alta sicurezza, espressamente motivata con l’esigenza di impedire al compagno di continuare a leggere e a scrivere contributi dal carcere.

Se l’obiettivo dichiarato del trasferimento del compagno in 41 bis risiede nella necessità per lo Stato di tappargli la bocca, ci sembra un bel gesto quello di rilanciare alcune sue parole, tratte dall’ultima occasione nella quale ha potuto parlare (durante l’udienza preliminare dell’operazione Sibilla, il 15 gennaio 2024 collegato in videoconferenza dal lager di Sassari al tribunale di Perugia): «Se la guerra imperialista dell’Occidente tracimerà per reazione dai confini dell’Ucraina irrompendo nelle nostre case, se i conflitti sociali supereranno il limite sostenibile di un meccanismo traballante, o anche solo se la transizione morbida e graduale in regime non sarà praticabile, il 41-bis grazie proprio alla sua patina di legalità sarà lo strumento repressivo ideale per un’anestetizzazione sociale forzata, una sorta di olio di ricino per rimettere in riga i recalcitranti, un golpe graduale e a norma di legge». Parole che in qualche modo delineano i contorni di quello che stiamo trattando, dalla geografia dei vari fronti alla dinamica guerra-repressione sul fronte interno.

D’altro canto non possiamo e non vogliamo dimenticare come in 41 bis resistono da quasi vent’anni tre prigionieri comunisti della BR-PCC, e una quarta si è suicidata dopo anni di tortura in questo terribile regime di annientamento. Il 41 bis si delinea quindi come un moderno lager controinsurrezionale, espressione topica di quello che è un carcere di guerra.

Un’altra vicenda giudiziaria, fra le innumerevoli che potremmo citare, ci parla in particolar modo del legame tra gli apparati repressivi dello Stato italiano e Israele: si tratta del processo in corso all’Aquila contro Anan, Alì, Mansour. Un vero e proprio processo alla resistenza palestinese, laddove, in particolare contro Anan, si tenta di criminalizzare il suo contributo alla lotta per la liberazione della propria terra. Un processo nel quale non sono sotto accusa eventuali crimini commessi in Italia, ma episodi che sarebbero stati programmati nella Palestina occupata. Se pensiamo che persino per l’odioso diritto internazionale la resistenza armata palestinese è da considerarsi legittima, ci rendiamo conto del grado di collaborazione degli apparati dello Stato italiano col regime sionista.

Un processo che è a tutti gli effetti un’espressione della complicità italiana nel genocidio dei palestinesi. E non lo diciamo in senso retorico e figurato: letteralmente il materiale acquisito dalla Digos dell’Aquila nel corso dell’indagine è stato utilizzato in Israele per sterminare tutti i contatti sospetti individuati. Viceversa, da Israele sono giunti elementi di indagine a supporto dell’inchiesta italiana, prove ottenute il più delle volte attraverso l’uso della tortura e in assenza di avvocati. Come se questo non bastasse, in Italia si moltiplicano le detenzioni o i tentativi d’espulsione di palestinesi o, più in generale, di immigrati che non si piegano. Per “reati d’opinione” (come nei casi di Mohamed Shahin e Ahmed Salem) o per la loro partecipazione a moti di piazza (come nella vicenda di Tarek Dridi, condannato a 4 anni e 8 mesi per la manifestazione del 5 ottobre 2024 a Roma). Il messaggio è chiaro: l’unica libertà che lo Stato concede ai rifugiati è tacere, sotto la perenne minaccia di essere riconsegnati ai vari torturatori che infestano i loro Paesi, al soldo o in combutta con l’imperialismo occidentale.

Indagini e procedimenti diversi, quelli di cui abbiamo fatto cenno e i molti che per ragioni di spazio siamo costretti a tralasciare, tutti coordinati da quel dispositivo repressivo strategico che è la DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo), in barba alla favola tanto cara a quel mondo della sinistra giustizialista cresciuto per reazione al berlusconismo, che da trent’anni ci propina il ruolo della magistratura come forza di bilanciamento rispetto al potere politico delle destre e che vede in particolare nell’Antimafia l’impero del bene. Un merito della mobilitazione a fianco di Alfredo Cospito di cui si è fatto cenno, è stato proprio di aver incrinato il mito dell’Antimafia e il suo principale strumento inquisitoriale (il 41 bis) a un livello di decibel che non era stato mai osato in precedenza.

Va quindi ribadito che è lo Stato borghese come sistema nella sua interezza – al di là delle beghe tra le sue fazioni – che è mobilitato in una riconfigurazione bellica generale, tanto verso l’esterno quanto verso il nemico interno.

Sabato 7 febbraio saremo in piazza a Viterbo contro la guerra e la repressione, siamo compagne e compagni che si uniscono in corteo a partire da una chiara posizione internazionalista

– A quattro anni dall’esplosione su vasta scala della guerra in Ucraina, torniamo in piazza a sostegno del disfattismo rivoluzionario, della fraternizzazione fra i proletari coscritti e mandati al fronte con la forza, all’insubordinazione nei confronti dei superiori. Supportiamo tutti i disertori delle guerre dei padroni. Denunciamo la natura anti-proletaria dei governi europei che nel sostenere questa guerra impoveriscono la nostra classe drenando risorse dalle tasche dei salariati a quelle degli industriali. Mettiamo i bastoni tra le ruote al “nostro” imperialismo occidentale e alle sue manovre guerrafondaie, alle “nostre” classi dirigenti e sfruttatrici, al “nostro” Stato!

– A sostegno della resistenza palestinese contro il colonialismo di insediamento sionista. Riaffermiamo contro ogni tentativo di ammutolirci la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023. Quando gli Stati si combattono o si accordano fra loro, siamo contro la loro guerra e contro la loro pace. Quando un’entità coloniale artificiale stermina un popolo senza Stato e senza amici fra le grandi potenze, noi stiamo dalla parte della resistenza di quel popolo contro i piani genocidari dell’imperialismo. Il 7 ottobre non solo rappresenta una legittima risposta al piano secolare di insediamento coloniale sionista, ma anche una variabile sovversiva nella pace fra borghesie mediorientali sintetizzabile nella fase degli “Accordi di Abramo”.

– Siamo contro la menzogna insanguinata dei “due popoli, due Stati”; non solo perché il sionismo non ha lasciato alcuno spazio realistico di istituzione di uno Stato palestinese, ma perché uno Stato di colonizzati al fianco di uno Stato di colonizzatori sarebbe soltanto un amministratore delegato dell’oppressione, con l’elezione dei collaborazionisti a nuova classe dirigente. La parabola dell’ANP ne è davvero una triste e infame dimostrazione.

– Contro la repressione, quale manifestazione della guerra sul fronte interno. Contro le politiche economiche di macelleria sociale e il loro legame con la guerra. Contro le leggi liberticide, anti-sociali e finanche tese alla soppressione delle opinioni rivoluzionarie, necessarie a supportare quelle politiche. Contro le operazioni repressive anti-anarchiche e contro la repressione dei movimenti sociali.

– Ricordando che nel maggio del 2026 scadranno i primi quattro anni di 41 bis nei confronti del compagno anarchico Alfredo Cospito, a seguito dei quali il ministro della “giustizia” dovrà decidere sul rinnovo o meno della misura, torniamo in piazza con uno spezzone che gridi “Fuori Alfredo dal 41 bis”, inserendoci anche con questa manifestazione nella mobilitazione a sostegno del compagno.

Domenica 8 febbraio terremo sempre a Viterbo un convegno internazionalista, nel quale tenteremo di dare la parola alla resistenza palestinese e ai disertori ucraini, ma anche ai protagonisti delle lotte qui in Italia sul posto di lavoro, approfondiremo alcune vicende giudiziarie come quella del processo all’Aquila contro la resistenza palestinese, delineeremo la dimensione del 41 bis come carcere di guerra e altri argomenti inerenti il connubio guerra-repressione. Un convegno che vogliamo sia a carattere militante, non intellettuale o professorale, dove a parlare saranno innanzitutto i protagonisti delle lotte.

Assemblea “sabotiamo la guerra”
Rete dei Comitati e Collettivi di Lotta

PDF: Sabotiamo la guerra e la repressione. Manifestazione e convegno a Viterbo il 7 e 8 febbraio 2026

[Ricevuto via e-mail | Tratto da https://ilrovescio.info/2025/12/27/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-corteo-e-convegno-a-viterbo-il-7-e-8-febbraio/ e ripubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/01/16/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-manifestazione-e-convegno-a-viterbo-il-7-e-8-febbraio-2026/]