Note sulla crisi venezuelana e sull’antimperialismo
In questi giorni molto è stato detto sull’attacco statunitense condotto contro il Venezuela, culminato nel ”prelievo” del Presidente Maduro e di sua moglie. Pare che l’operazione, denominata Risolutezza assoluta, abbia causato almeno ottanta morti accertati. Si tratterebbe perlopiù del personale di sicurezza, in parte cubano, addetto alla protezione dello stesso Presidente nella sua residenza di Caracas. Se gli analisti e i media internazionali si sono immediatamente insospettiti per la reazione praticamente inesistente degli apparati di difesa venezuelani, tra i più armati dell’America Latina, tanto da far pensare ad un tradimento di una parte dell’alta gerarchia chavista, il dato di fatto è che gli yankee hanno portato a termine l’operazione in poco meno di due ore e quaranta minuti. Un’operazione accurata di cui Trump, assieme al Segretario di Stato Marco Rubio, di fatto primo incaricato e protagonista dell’operazione, ha fatto bella mostra.
L’attacco ha preso le mosse dalla neutralizzazione delle difese aeree venezuelane, per far intervenire poi in sicurezza gli elicotteri e le unità incaricate di prelevare Maduro e sua moglie. Contemporaneamente venivano bombardati siti militari e civili, tra questi la più grande base militare del Venezuela, una base aerea di La Carlota, il Parlamento e altri obiettivi negli stati di Miranda, Aragua e La Guira.
Con Maduro detronizzato, il testimone è passato alla sua ex-vice Rodriguez, una tipa tosta, a detta di Trump, novello restauratore della Dottrina Monroe (o Donroe?), a cui era stato affidato il Ministero degli Idrocarburi, quindi la gestione della Compagnia petrolifera di Stato (PSDVA), e, sempre durante l’ultimo anno, anche la guida di un percorso di apertura diplomatica nei confronti degli Stati Uniti, al fine di garantire una continuità del regime anche nel caso in cui saltasse Maduro. Che questo canale di dialogo – di cui non si sa granché, all’infuori di supposizioni molto ideologiche, date in pasto alla propaganda occidentale, secondo le quali Rodriguez avrebbe accordato gli investimenti petroliferi americani in cambio della garanzia di un’esilio sicuro per Maduro – sia andato in vacca – lo stesso Rubio lo avrebbe interrotto – è piuttosto evidente. A detta del New York Times comunque, l’Amministrazione Trump sarebbe rimasta positivamente sorpresa dalla gestione del settore petrolifero portata avanti dalla Rodriguez, poi considerata, anche per la sua moderazione, una valida alternativa a Maduro. Dopo la nomina a Presidente ad interim e l’immediato giuramento di fedeltà a Maduro, sequestrato nell’«attacco terrorista» a stelle e strisce, in aperta violazione del diritto internazionale, la Rodriguez ha aperto ad una collaborazione con gli americani, alquanto pressanti e minacciosi, che è ancora prematuro valutare dettagliatamente, ma ci torneremo più avanti.
C’è stata poi una marcia indietro degli statunitensi. In prima battuta Trump aveva espresso l’intenzione di gestire direttamente la transizione politica, ma Rubio, a poche ore di distanza, ha rettificato: meglio far leva sulle strutture politiche del regime chavista ancora in piedi e sulla loro collaborazione, piuttosto che impantanarsi in imprese in stile Iraq. Da qui il siluramento della Premio Nobel Machado, personaggio veramente irrilevante dal punto di vista degli equilibri politici venezuelani e con scarso seguito popolare. I vuoti di potere frutto dello smantellamento di un ordine politico e sociale interno, sovente piuttosto precario, generano caos, cosa che Trump e i suoi, per non indispettire la loro base MAGA e avventurarsi in imprese che comporterebbero ingenti sforzi economici e boots on the ground per chissà quanti anni, non possono affatto permettersi.
L’offensiva arriva oltre quattro mesi intensi di attacchi al Venezuela: raid contro imbarcazioni di presunti narcotrafficanti, a cui è seguita la chiusura dello spazio aereo, il blocco navale, il sequestro di petroliere, il trasferimento della portaerei Ford dal Mediterraneo, un attacco ad un’infrastruttura portuale e il dispiegamento della flotta statunitense nei Caraibi. Tralasciamo le assurde accuse rivolte al Presidente Maduro, ilCartel de los Soles e l’inchiesta federale avviata nel 2020, che aveva portato ad un mandato di cattura nei suoi confronti e ad una taglia arrivata a 50 milioni di dollari.
Andiamo quindi al sodo, agli obiettivi reali dell’operazione, parzialmente esposti nell’ultimo documento sulla strategia nazionale di sicurezza statunitense. Da una parte, lo si va ripetendo un po’ ovunque, «il ritorno a casa degli USA», nell’Emisfero occidentale, che comprende appunto le Americhe; riaffermazione, come si diceva, della Dottrina Monroe, che nello scorso secolo è stata rafforzata dalla proiezione di potenza garantita dalle portaerei e dalle basi militari yankee disseminate per il globo. Cosa comporti questo ritorno nel continente è chiaro. Il controllo del ”giardino di casa”, dell’America Centrale e Meridionale, e, dove questo non risulta immediatamente possibile, l’influenza diretta sugli stati proxy dell’America Latina, eventualmente con regime change annessi e connessi, non sono esclusivamente finalizzati a consentire un afflusso di risorse e materie prime – largamente presenti nella porzione meridionale del continente – rapido, semplice e a basso costo, ma anche a contenere il nemico numero uno, anzi, stando al documento di sicurezza sopra citato, che vede nel fronte interno la minaccia principale, il numero due: la Cina. C’è da dire che probabilmente, il cambio di regime non era essenziale per gli Stati Uniti; risultava sufficiente imprimere un cambio deciso all’indirizzo politico del regime chavista, anche e soprattutto sbarazzandosi di Maduro. Il pretesto della lotta al narcotraffico farà anche infuriare i paladini del diritto internazionale – gente come Francesca Albanese, momentaneamente di tendenza anche tra i sinistri e i sedicenti radicali – ma non occorre essere degli analisti – le cui capacità d’individuare le cause a monte delle guerre, come sostiene giustamente Emiliano Brancaccio (L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla, Il manifesto, 04/01/2026),vengono frequentemente sopravvalutate – per comprendere che si tratta di orpelli ideologici o, al massimo, di motivazioni ad uso e consumo dei fronti interni, dell’opinione pubblica e delle organizzazioni internazionali.
In questi giorni, sulle più importanti testate giornalistiche è stato più volte fatto notare che, fino a poche ore prima dell’attacco americano, Maduro era impegnato a consolidare e stringere nuovi accordi con un inviato cinese. Ma, se è vero che la Cina c’entra – eccome se c’entra – lo sguardo in questo senso va proiettato oltre i confini del Venezuela.
I recenti avvenimenti rompono le uova nel paniere al Dragone non tanto per gli approvvigionamenti di greggio, che costituiscono solo il 7% delle sue importazioni totali, quanto per i progetti connessi alla sua proiezione commerciale in America Latina. La Cina, da almeno un decennio, aveva incrementato gli investimenti per integrare l’America Meridionale nelle sue Nuove Vie della Seta. L’egemonismo di Trump, e le pressioni su Messico, Colombia e in parte Brasile, tendono a mettere in serio pericolo i piani cinesi. Oltre ad Argentina, Bolivia, Cile ed Ecuador – i Paesi dell’area che nutrono meno simpatia per Pechino – Messico e Brasile stanno prendendo misure protezionistiche contro l’invasione di merci cinesi sui loro mercati, naturale conseguenza dei dazi americani. Ma non è finita qui. L’America Meridionale è ricca di terre rare e minerali attorno a cui ruota parte della strategia cinese. Il semi-monopolio di queste risorse permette a Pechino di contenere l’Occidente e le sue industrie tecnologiche di punta, mantenendole in uno stato di effettiva dipendenza. Come se non bastasse, l’Amministrazione Trump ha promosso un’iniziativa, denominata Pax silicia, di coalizione tra Paesi intenzionati a liberarsi da questo stato di dipendenza. Insomma, anche a questo livello, se il Sud-America tornasse sotto il controllo americano, la strategia cinese potrebbe essere messa in crisi.
Comunque Colombia, Messico, Cuba e Brasile non hanno per nulla preso bene l’attacco americano al Venezuela. Non è escluso che il Brasile di Lula possa fare da collante tra questi Paesi e i Brics, onde assicurargli un minimo di protezione dalle mire espansionistiche statunitensi. D’altra parte questa alleanza è stata promossa proprio da Cuba e Messico, che fino a poche settimane fa avevano mostrato una propensione al dialogo con gli americani, evidentemente impraticabile alla luce degli eventi venezuelani.
Le cause della crisi venezuelana non si fermano certo qui, ma, almeno per ora, non risulta possibile analizzarle più approfonditamente. Valutare eventi di questo genere a caldo può risultare fuorviante, sopratutto se ci si dota di una molteplicità di fonti, la cui attendibilità – sarebbe ipocrita non ammetterlo – può lasciare spesso a desiderare.
In conclusione due note soltanto su alcuni appelli antimperialisti formulati recentemente – non vale la pena ricondurli alle rispettive sigle politiche e sindacali – in solidarietà con la popolazione venezuelana, ma, in più di un caso, anche col governo chavista.
Il Venezuela e il suo governo, così come l’elite chavista e le sue strutture, non sono e non saranno mai un bastione di resistenza all’imperialismo, a meno che non si voglia far coincidere quest’ultimo con un generico antiamericanismo. Roba che può andar bene agli stalinisti, si spera non ai sinceri rivoluzionari internazionalisti, nonostante le differenze tra loro riscontrabili.
Non esistono stati che possano dirsi portatori di una politica autonoma, sganciata da connessioni dreitte con altre potenze imperialistiche globali. L’imperialismo è scontro tra stati che si contendono la spartizione di plusvalore, risorse, territori, zone di influenza, rotte commerciali, accesso a forza lavoro a basso costo, ecc.
Il Venezuela, lo si è mostrato brevemente, è parte di un terreno più ampio di scontro tra due blocchi, ancora non pienamente definiti, ugualmente imperialisti, ed ha rapporti con altri attori minori anch’essi legati a doppio filo a questi schieramenti (Iran e Cuba, per fare qualche esempio).
Posto questo, si tratta allora di capire che significato abbia solidarizzare genericamente con la popolazione venezuelana e, poiché il proletariato nemmeno in quell’area del globo è ancora capace di agire autonomamente, in quanto classe per sé, portatrice di interessi propri e antitetici a qualsiasi tipo di stato e governo nazionale, domandarsi se mediante questo genere di dichiarazioni non ci si stia schierando piuttosto con una classe dominante nazionale, di fatto nemmeno così restia a venire a patti col nemico dichiarato di sempre; il ché non sorprende. Nel 2007 Chavez espropriava parzialmente o in toto le attività della compagnie petrolifere americane (Exonn Mobil, CoconoPhilips e Chevron), ma anche europee (Total ed Eni) per nazionalizzarle; oggi però Chevron è ancora attiva e ha grossi interessi in Venezuela. Poco tempo fa lo stesso Maduro si era detto disponibile ad accordarsi con le compagnie per avviare nuovi investimenti beneficiando congiuntamente della collaborazione reciproca.
A seguito dell’operazione americana, i grandi fondi d’investimento americani e le compagnie petrolifere sono pronte a valutare le possibilità d’investimento; anche perché ci vorranno decine di miliardi e almeno cinque anni per massimizzare la produzione di greggio venezuelano, oggi ferma a un milione di barili al giorno, contro i venti degli Stati Uniti e i dieci dei sauditi.
Se non altro, il controllo sulle riserve e sull’estrazione di greggio venezuelano consentirà di rafforzare l’ancoraggio del dollaro al petrolio, aumentando la richiesta della valuta per gli scambi di greggio, permettendo quindi agli Stati Uniti di stampare denaro a gettito continuo; cosa non più scontata – i petrodollari nascono negli anni Settanta dagli accordi coi sauditi – dato che la Cina sta sfruttando la sua posizione di Paese importatore di grandi quantità di greggio per internazionalizzare lo yuan.
Checché ne dicano i sostenitori del chavismo, dell’antimperialismo ridotto ad antiamericanismo, gli sfruttati del Venezuela non troveranno in nessun governo, vecchio o nuovo, un loro amico.
La popolazione venezuelana, il proletariato venezuelano non saranno mai liberi finché non si assisterà al rovesciamento del capitalismo mondiale; un compito che non può essere delegato a nessun governo nazionale e a nessuno schieramento imperialista considerato, di volta in volta, meno peggio dell’altro, ma che può essere assunto unicamente dai proletari di tutto il mondo, uniti dai loro interessi altrettanto internazionali, passando necessariamente per la lotta contro le classi dominanti di ”casa propria”.
PDF: Note sulla crisi venezuelana e sull’antimperialismo
[Ricevuto via e-mail e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/01/13/note-sulla-crisi-venezuelana-e-sullantimperialismo/]
